Gli orfanelli: a volte ritornano. La sconcertante scoperta di una telespettatrice masochista



Dopo aver a lungo, e a ragione, rimandato, ho preso coraggio e ho guardato i primi 2 episodi di Grey's Anatomy, stagione 6. Wow, che botta! Sembrava di asisstere alla dimostrazione della legge di Murphy: se qualcosa può andare storto, lo farà.


Così finalmente ho capito: Meredith Grey è la fottuta Ape Magà. E io sono la stessa bambina masochista di 30 anni fa.


Grey's è l'equivalente per adulti degli anime strappalacrime sugli orfanelli che guardavamo da bambini.

Stessa visione della vita all'insegna della Sfiga, stesso accanimento sadico sui personaggi, stesso dissidio interiore di noi spettatori, tormentati dal grande interrogativo "perché mi infliggo questa punizione una volta a settimana?" ma allo stesso tempo incapaci di smettere.

Già, ripensando a Remi, Peline e alla terribile, terribile Ape Magà mi sono chiesta spesso: perché li guardavo se mi facevano stare male? Per grey's Anatomy vale la stessa domanda... e gli stessi tentativi di risposta: per aspettare il lieto fine in cui tutti vivranno felici e contenti? Per vedere fin dove può arrivare la miseria umana, anche detta La Sfiga? Per confrontare lo show con la nostra vita e realizzare che tutto sommato ce la passiamo piuttosto bene? Perché siamo perversi e un po' sadomaso? L'ultima sembra la più probabile.

Mi consolo pensando che non sono da sola, è una perversione di massa.

La riflessione della solita telespettatrice in astinenza da sitcom. Parte 3


"Una risata può essere molto potente. A volte è l'unica arma che abbiamo". Roger Rabbit
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Qualcuno potrebbe obiettare che di questi tempi c'è poco da ridere: il riscaldamento globale, il terrorismo, l'incertezza economica, la guerra in Iraq, in Palestina e in troppi altri paesi del mondo...
Ma in passato, forse per spirito di sopravvivenza, l'arte della risata ha resistito a prove altrettanto difficili
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superando brillantemente crisi economiche ed energetiche. Anzi, proprio i momenti storici più drammatici hanno visto la nascita di nuovi tipi di commedie che riuscivano, con l'evasione o la satira, a rendere più sopportabile la realtà.


Negli anni '70, tra guerra fredda, Vietnam, crisi petrolifera, conflitti sociali, la commedia ha reagito all'assalto della realtà... aprendole le porte: nei salotti delle sitcom sono entrate le questioni politiche e sociali, i conflitti di classe e quelli razziali, e tutti gli argomenti controversi del momento. Aborto, razzismo, inflazione, sessismo, criminalità, politiche sociali, violenza carnale erano moventi del plot e motivo di risate nella sitcom Arcibaldo, in cui il burbero e cocciuto protagonista, un uomo all'antica, si scontrava quotidianamente con la figlia e il fidanzato di idee liberali.

In Mash, i medici di un anarchico e strampalato ospedale da campo organizzavano scherzi, tornei e goliardate degne di Animal House mentre affrontano l'orrore della guerra di Corea: nasceva così la dramedy, drama e comedy insieme, per mostrare con un punto di vista innovativo l'assurdità della guerra e, al tempo stesso, la bellezza della vita.

Erano due show che riuscivano a unire comicità e politica.
Non avevano paura di far pensare. Ne di far ridere. La comicità è un antidoto potente contro le situazioni più difficili, sia che scelga la via più facile dell'evasione, sia che opti per quella più impegnata della satira.
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E ora? L'unico antidoto di cui disponiamo sembra essere l'eroe (medici & poliziotti) o il supereroe (Heroes & Co.).
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Leopardi scrisse: "Chi ha il coraggio di ridere è il padrone del mondo. Come chi ha il coraggio di morire".
Ultimamente sembriamo privilegiare la seconda opzione.
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Vuoi vedere che, non solo viviamo in tempi difficili, ma abbiamo anche perso il senso dell'umorismo? Questa sarebbe davvero una tragedia!

L'invocazione della telespettatrice in astinenza da sitcom. Parte 2

Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. Charlie Chaplin

Ridatemi qualcosa che faccia ridere, ridatemi le commedie.

Ridatemi i salotti, così familiari, delle sitcom in cui personaggi riescono sempre a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, mentendo in modo compulsivo per rimediare al loro errore, e poi continuando a mentire per coprire la bugia precedente, in un esilarante crescendo di assurdità che ci fa ridere e vergognare per loro allo stesso tempo (e dimenticare quelle insopportabili risate registrate).


Ridatemi J.D. di Scrubs, un medico che ha anche una vita privata, un mondo immaginario, un padre e un fratello che lo vanno a trovare e conosce tutti i telefilm degli anni '70.


Ridatemi Sex and the city in cui, sebbene tutte e quattro le protagoniste abbiano un impiego, la parte più interessante della loro vita si svolge altrove, a casa, al ristorante, in strada, tra le lenzuola, e non dobbiamo, se non occasionalmente, sorbirci i loro problemi sul lavoro.


Ridatemi i Jefferson e il loro sarcasmo, per trattare in modo diverso razzismo, pregiudizi e conflitti di classe.


Ridatemi gli Innamorati pazzi Paul & Jaime e Dharma & Greg, e i loro adorabili folli suoceri: tutte coppie litigiose e stranamente assortite ma irrimediabilmente felici.


Ridatemi Arrested Development, forse la migliore sitcom mai scritta, sicuramente la peggiore famiglia televisiva mai vista, per ridere di conflitti edipici e guai giudiziari, di dipendenza da psicofarmaci e dell'embargo in Iraq e rivalutare tra le risate i propri familiari.


Ridatemi Seinfeld che con i suoi amici parla di Pez Dispenser, donne con le mani da uomo, uomini che si mettono le dita nel naso, di quanto la parte superiore dei muffin sia più buona della base, di quanto tempo sia possibile resistere senza masturbarsi... e di quanto sarebbe bella una sitcom che parlasse di argomenti così superflui.

To be continued...

Non c'è niente da ridere. L'invettiva di una telespettatrice in astinenza da sitcom. Parte 1

Nessuno è mai morto dal ridere”. Max Beerbohm

Sono stufa di guardare ragazzi trapassati da parte a parte da alberi o pali della luce, medici che dicono con aria grave “abbiamo fatto il possibile per suo figlio, ma non c'è stato niente da fare”, interminabili piani sequenza su genitori che si struggono dal dolore.


Sono stufa di sorbirmi delitti sempre più morbosi e splatter, poliziotti sempre più noiosi e monolitici, con le loro squadra ultraspecializzate in cui ognuno ha una competenza specifica ma nessuno ha una personalità propria.


Sono stufa di vedere creature mitologiche mezzi poliziotti mezzi medici, con l'insostenibile pesantezza dell'essere e la mancanza di ironia d'entrambi, sempre intenti a dissezionare cadaveri e raschiare ossa, impassibili davanti a corpi liquefatti e topi che escono dalle budella.


Sono arcistufa di vedere personaggi a una dimensione, medici e poliziotti che vivono solo per il lavoro, si accoppiano solo con i colleghi, parlano solo di lavoro e dei colleghi con cui si accoppiano (perché evidentemente non sono mai stati al cinema, a ballare con gli amici, in vacanza), sono egocentrici e stressati come se ogni giorno spettasse a loro salvare il mondo, e soprattutto si prendono sempre così maledettamente sul serio.

C'è troppa serietà in TV ultimamente. La serietà è sopravvalutata.

To be continued...

Risposte ai problemi della vita, # 21

"I can't decide which is riskier: taking crazy risks, or taking advice on crazy risks from a crazy risk taker".

Gregory House, House

"I see dead people" ovvero Amore o Tumore II - la Vendetta


Amore o tumore? This is the question.
Again.

L'amletico interrogativo che aveva già allietato due indimenticabili episodi di Grey's anatomy è diventato ora il fulcro dell'intera quinta stagione. Perché non sfruttare al massimo uno spunto così piacevole? devono essersi chiesti gli sceneggiatori.

Amore o tumore, dunque.
E quello che ci chiediamo davanti alle allucinazioni di Izzie: la dottoressa Stevens non solo vede ovunque il suo defunto fidanzato, ma si intrattiene con lui in quotidiane conversazioni e bollenti notti. Un caso di estremo stress post traumatico o qualcosa di più grave? Ha le visioni perché è ancora innamorata di Dennis o perché ha un tumore al cervello?

La risposta dipenderà, suppongo dal rinnovo del contratto dell'attrice. Se Katherine Heigl ottiene l'aumento, è amore. Se riceve un'offerta migliore, è tumore.

In entrambi i casi sarà una lagna. Nel consueto stile Izzie Stevens.


Si affaccia anche una terza possibilità: la Heigl ottiene tutto, l'aumento e uno spinoff tutto suo, da protagonista.
Per lanciarlo, un bel (si fa per dire) crossover con Ghost Whisper. Già me lo immagino: in un lacrimosissimo doppio episodio, l'altrettanto lagnosa Melinda aiutera la nostra beniamina a liberarsi del suo fantasma. Ma solo dopo una gioiosa uscita a quattro con i loro fidanzati morti.
Dopodiché Izzie sarà matura per avviare un'attività paranormale tutta sua... all'interno del Seattle Grace! Quale posto migliore di un ospedale per avvistare fantasmi?

Tutti i pazienti che i suoi colleghi non riusciranno a salvare, passeranno nelle cure post mortem di di Izzie che con la sua sensibilità li aiuterà a trovare la strada per l'aldilà.

Titolo provvisorio dello spinoff: Grace Whisperer.

O è meglio Ghost anatomy?

Vivere e, soprattutto, morire, poco a poco, a Los Angeles


"Specialissimo, imperdibile, eccezziunale crossover Grey's Anatomy/Private Practice!" annunciava il messaggio pubblicitario alla fine dell ultimo episodio di Grey's anatomy. Ora, tanto incredibile non mi sembra visto che il secondo telefilm e' uno spinoff del primo. Non e' che stiamo parlando di Magnum P.I. che incontra la Signora Fletcher (e' successo!) o di Maciste contro Dracula (e' successo?).


Comunque, per l'occasione, ho deciso di infrangere il mio proponimento di molti mesi fa e tornare a vedere per una volta Private Practice. Dopo poci minuti mi sono ricordata del perche' avevo preso quella sana decisione: è un telefilm noioso. E, di fondo, molto squallido.

Deve essere per l'odore acre della sfiga che aleggia su tutti i protagonisti.
Persistente come la cappa di smog sul cielo di Los Angeles.


Non che i loro colleghi del Grace Hospital siano la personificazione della gioia di vivere, anzi... diaciamolo, sono una massa di frustrati: gente sola, senza alcun amico al di fuori dell ospedale, che si relaziona con i familiari solo quando questi finiscono, appunto, in ospedale (e poi, spesso, al cimitero), tutti con una rara collezione di storie sentimentali naufragate e un assortimento incredibile di turbe mentali, accomunati però da un inflessibile stakanovismo calvinista.

Eppure, nonostante tutto questo, sono affezionata ad ognuno di loro. Continuo, mio malgrado, ad appassionarmi alle loro vicende. E' forse qualcosa di morboso e malato che mi attrae, ma si tratta nondimeno di un'attrazione irresistibile, un vizio che crea dipendenza.
Insomma, il telefilm funziona.


Ma con Addison & Co. e' tutta un'altra storia... I protagonisti sono altrattanto sfigati degli allegri chirurghi di Seattle, ma lo sono in modo cosi' poco interessante!
La serie e' forse troppo realistica nel ritrarre la vita di questi quarantenni single, vedovi o divorziati, che lavorano in un banalissimo studio medico con tutti i banalissimi problemi di gestione connessi. Non sembrano avere grandi sogni, ne' molta speranza. La loro vita sembra gia' finita da tempo, prima dell'inizio del telefilm, con il divorzio o la morte del coniuge.
Sono un po' come i vecchietti che vanno ad appassire al caldo della Florida. O come gli immigrati di LA descritti da John Fante : "disperati che vengono a morire al sole".
Ed e' una lenta agonia.

Occhio alla penna! Max Mutchnick & David Kohan

Pubblicato su telefilm magazine n° 50, aprile 2009, rubrica "Occhio alla penna"

"Autori si nasce o si diventa? Max Mutchnick e David Kohan la scrittura sembrano avercela nel sangue: la mamma di Mutchnick è autrice di libri per bambini e produttrice per la Paramount; Kohan è figlio di un premiato sceneggiatore televisivo e di una romanziera, nonché fratello della futura creatrice di Weeds.

Amici d’infanzia conosciutisi sui banchi dell’esclusiva Beverly High, i due iniziano il loro sodalizio artistico nel '91 e da allora scrivono sempre insieme. La loro specialità è la sitcom che amano “perché dopo 2 sole settimane vedi già i frutti del tuo lavoro”. Il loro punto di forza è l’amicizia: Max e David traggono ispirazione e solidità dal loro vissuto comune. “La nostra relazione è come un matrimonio” spiega Mutchnick “nel senso che finiamo l'uno le frasi dell'altro e che non facciamo sesso”.

Il primo progetto personale, Boston Common (1996), è basato sugli anni passati insieme al college. I protagonisti di Will e Grace (1998-2006) sono modellati su Max stesso, gay dichiarato, e sulla sua migliore amica Janet, altra compagna di liceo dei due. Lo spunto autobiografico aiuta a dar vita a eroi che vanno oltre gli stereotipi e il risultato si vede: per la prima volta personaggi omosessuali conquistano il grande pubblico. La serie ottiene ben 73 nomination agli Emmy e ne vince 14.

La loro prossima sitcom parlerà di due affiatati colleghi che lavorano per la TV, uno etero, l'altro gay... vi ricorda qualcuno?

Occhio alla penna! Craig Wright

Pubblicato su Telefilm Magazine n° 49, marzo 2009, rubrica "Occhio alla penna"

Già prolifico e pluripremiato drammaturgo, Craig Wright è diventato uno dei nomi di punta della sceneggiatura televisiva lasciando la sua impronta inconfondibile in Six feet under, Lost, Brothers & sisters e, infine, Dirty sexy money, sua creazione originale.

La formazione di Wright è significativa quanto singolare: a 28 anni, deluso dalla cancellazione all’ultimo minuto di una sua pièce teatrale, cerca qualcosa di meno effimero cui dedicare le sue energie ed entra in seminario. Abbandona pochi anni dopo la vita religiosa, sull’onda del successo ottenuto nel frattempo dai suoi lavori. Ma spiega che pastori e sceneggiatori non hanno poi due vocazioni così differenti: entrambi cercano modi nuovi per porre domande antiche. Wright diffida delle religioni e dell’arte che offrono risposte.

I suoi script ruotano sempre attorno a quesiti etici ed esistenziali ed evitano ogni semplificazione e stereotipo. I suoi interrogativi risultano appassionanti e coinvolgenti: sono parte integrante delle vicende dei personaggi e risuonano nella vita degli spettatori.

La famiglia Fisher, Brenda, l’avvocato a un bivio, i naufraghi dell’isola misteriosa, i Walker e a modo loro anche i Darling: tutte le creature di Wright sono, in fondo, “lost”, alla ricerca di se stesse. Si chiedono cosa vogliono veramente e cosa sono disposte a perdere per raggiungerlo. Di episodio in episodio, tentano di dare una risposta alla grande domanda: quale è il significato della vita?


Risposte ai problemi della vita, # 20

"Se tutti decidessimo di trasferirci nelle nostre località di vacanza preferite, il mondo intero abiterebbe alle Hawaii, in Italia o a Cleveland"

Floyd, detto Floydster,
30 Rock

Poliziotti su marte. Riflessioni di una telespettatrice nostalgica


Guardare Life on Mars è un po' come rivedere Starsky & Hutch. E non solo per le auto color ruggine e i colletti a punta.
LOM Riporta alla mente ricordi sbiaditi (o arrugginiti ha-ha) di telefilm in cui i poliziotti indagavano, pedinavano, inseguivano, interrogavano e alla fine acciuffavano il colpevole grazie al loro intuito.
Telefilm in cui i poliziotti non erano scienziati, patologi, psichiatri, ematologi, geni matematici, medium o serial killer (!) ma soltanto, appunto, poliziotti. Una condizione un tempo sufficiente a garantire, da sola, la soluzione del caso e l'ammirazione degli spettatori.
Poi sono arrivati Horatio Caine, Jason Gideon, Charles Eppes, Allison DuBois...

Ma grazie a Life on Mars, sappiamo che è ancora possibile per un cop show uscire dalla logica dell'iperspecializzazione o da quella del freak show...
... a patto di viaggiare indietro nel tempo di 30 anni!
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Eh sì, niente si abbina al fiuto poliziesco meglio dei pantaloni a zampa.
Il misterioso viaggio temporale dell'ispettore Tyler è l'escamotage per riproporre, oggi, in modo credibile, un tipo di poliziotto anacronistico. Uno che sa fare a meno di analisi del DNA, database onniscenti, telecamere a circuito chiuso e sofisticati corsi di specializzazione. Diamine, Sam Tyler e Gene Hunt non possono contare neanche sul computer!
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Finora solo Walker Texas Ranger aveva osato tanto.
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(... ma senza bisogno di viaggiare nel tempo. Perché Chuck Norris può fermare il tempo. O meglio, come tutti sanno: è il tempo che, quando vede Chuck Norris, preferisce fermarsi)

Erano tutti happy days... Luk è alla radio con i telefilm della nostra infanzia


Tutti quelli che sono cresciuti davanti ai telefilm...
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Quelli che hanno imparato il codice della strada con i CHIPS,
e hanno ricevuto la loro educazione sessuale da 3 cuori in affitto
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Quelli che imitavano la camminata di George Jefferson
i gesti cool di Fonzie
il saluto di Mork
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Quelli che sognando Hazzard hanno provato a entrare nell'auto dei genitori passando dal finestrino
e ogni tanto provano ancora a cambiare la realtà incrociando le braccia e sbattendo le palpebre come Jeannie
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... tutti quelli, insomma, che quando nessuno li guarda corrono ad abbracciare il televisore come Homer
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ora possono risvegliare gli happy days della loro infanzia teledipendente ascoltando riflessioni e ricordi della sottoscritta in un programma dedicato ai telefilm più memorabili degli anni '70 e '80: è "Va ora in onda", ogni giovedì mattina sulla Radio Svizzera.
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La voce flautata che interloquisce con me è quella di Elisa Manca, telefila doc, che non ringrazierò mai abbastanza per la sua bella iniziativa e per aver pensato a me.

Ecco il link per il podcast:
http://www.rsi.ch/podcast/

Buon ascolto!
E nano nano a tutti ;-)

Risposte ai problemi della vita, # 19

"E' strano vedere una tua creatura che si aggira per il mondo. Una versione mutante di te stesso, senza controllo e pronta a distruggere tutto quello che incontra. Mi chiedo se è così che si sente un genitore".

Dexter Morgan, Dexter

Girl Power. Sfida immaginaria tra Lena Headley e Tina Fey



Pubblicato su Telefilm Magazine n° 48, febbraio 2009


Sono due tipe toste, tenaci.
Si sono cimentate in settori tradizionalmente riservati agli uomini, e ne sono uscite vincitrici.
Sono due bellissime donne, ma quando sono in azione non è la prima cosa che si nota di loro.
Una è tatuata come uno scaricatore di porto tailandese, l'altra, per esigenze di copione, è nascosta dentro orribili golf sformati.
Sono Lena Headley e Tina Fey, le due attrici più originali del momento.

Una tira di boxe, cavalca e scocca frecce con l’arco come un’amazzone; ha fatto di esplosioni, inseguimenti, lanciarazzi e scazzottate il suo pane quotidiano.
L’altra ha raccolto sfide altrettanto dure, riuscendo dove grandi uomini hanno fallito: strappare ai telespettatori mezz’ora di risate ogni settimana.

Lena si è imposta all'attenzione del pubblico interpretando la regina Gorgo in 300, unica, magnetica presenza femminile in un film tutto al testosterone.

Tina ha imparato l'arte della risata dai più grandi comici americani ed è diventata la prima, e tuttora l'unica, head writer donna del Saturday Night Live.
Ora sono le protagoniste di due telefilm seguitissimi.


Lena Headley è Sarah Connor nello show TV tratto dalla saga di Terminator: un personaggio di grande forza e carattere, un mito degli anni '80, uno dei primi esemplari di eroine femminili di film d'azione. Una donna dal carattere di ferro e dai muscoli d'acciaio. Perfettamente a suo agio con un mitra sotto il braccio. Una madre coraggio pronta a tutto per salvare il figlio da cui dipendono le sorti del mondo. L'attrice inglese lo interpreta con talento, passione e la grinta che si addice a un'eroina così speciale. Ma soprattutto con il coraggio di chi osa affrontare nemici più temibili degli endoscheletri... loro sono spietati, non si fermano davanti a nulla: sono i fan della saga cinematografica e sono pronti a uccidere chiunque “profani” il personaggio reso grande da Linda Hamilton.


Tina Fey è Liz Lemon, antieroina di 30 rock, lo show da lei stessa creato. Liz è un personaggio autobiografico, la geniale e nevrotica head writer di un comedy show televisivo. Ogni giorno deve affrontare un capo imprevedibile e un team di scrittori infantili e strafottenti. Un ambiente in cui l’umorismo è tagliente e non risparmia nessuno: “Per far ridere il pubblico, vesti un uomo da vecchietta e lo fai cadere giù dalle scale; per far ridere un commediografo, fai cadere una vera vecchietta giù dalle scale”. Anche lei è l'unica donna in mezzo a tanti uomini, ma Tina-Liz ha qualcosa che la avvicina ai suoi colleghi maschi, qualcosa che trascende il genere: è una nerd come loro. Un tipo cervellotico e fuori moda. E con un senso dell'umorismo micidiale. Questa è la sua unica arma. Magari non basterebbe contro un Terminator, ma può essere molto potente... chiedetelo a Sarah Palin, ex candidata alla vicepresidenza americana, l'ultimo bersaglio delle sue esilaranti imitazioni. Tina è anche un'autrice e questo le dà sicuramente un vantaggio: si scrive da sola le sceneggiature e non deve faticare ad afferrare tutti quegli assurdi paradossi temporali che tormentano la Headley!


Insomma, stiamo parlando di due attrici fuori dal comune, due dive che non hanno paura di andare controcorrente rispetto ai canoni hollywoodiani per dare prova delle loro capacità e del loro speciale talento. Perché Lena e Tina sono in missione per conto di Dio. Lena nei panni di Sarah Connor ha un compito ambizioso davanti a sé: salvare il mondo dai Terminator. Tina alias Liz Lemon la sua missione impossibile l'ha già compiuta: ha salvato la sitcom. Per questo sarà sempre la mia eroina.

Risposte ai problemi della vita, # 18

"Non bevo nei giorni di festa. E' da dilettanti!"

Karen Walker, Will & Grace

Occhio alla penna! Tom Kapinos

Pubblicato su telefilm Magazine n° 48, febbraio 2009, rubrica "Occhio alla penna".

Nel 2007 un nuovo nome si è aggiunto all’olimpo dei creatori di telefilm: è Tom Kapinos, il giovane autore di Californication.

La sua serie parte da uno spunto autobiografico e nasce dal bisogno di raccontare il suo rapporto di amore e odio con Hollywood. Il modo migliore per conoscere Tom Kapinos è, allora, attraverso il suo alter ego Hank Moody, lo scrittore protagonista di Californication. Un personaggio creato a sua immagine e somiglianza, identico a lui in tutto… a parte la vita sessuale: quella, ammette Tom, è solo una proiezione delle sue fantasie più selvagge.

Hank è un romanziere di talento che lascia la Grande Mela per seguire il richiamo di Hollywood. Quando il suo libro diventa un insulso, zuccheroso ma popolarissimo film, Hank ottiene il successo che sognava, ma per il motivo sbagliato. Precipita quindi in una spirale d’insoddisfazione e cinismo. Una situazione che rispecchia il vissuto di Kapinos: anche a lui la città degli angeli ha stravolto la vita. Arrivato da New York con grandi ambizioni, entra poco dopo nel team di Dawson Creek. Un debutto folgorante, ma lo show è agli antipodi della sua sensibilità e Tom si adegua con una certa sofferenza. Di qui l’ambiguo rapporto con LA, ben illustrato attraverso il suo doppio. L’odio viscerale per una città falsa e superficiale coesiste con il fascino del mito tutto americano dell’andare a ovest per cercare fortuna. Tom ed Hank l’hanno trovata. Ed è la loro condanna. Come Hank, Tom non sa resistere al canto delle sirene di Hollywood. Accetta soldi e fama, ma finisce per odiare se stesso. La situazione di stallo in cui si dibatte Hank nel telefilm riecheggia allora la crisi creativa attraversata dallo sceneggiatore dopo Dawson.

Finché, per esorcizzare i suoi demoni, Tom inizia a comporre uno script su un romanziere col blocco creativo. Sta infrangendo una vecchia regola: mai scrivere di scrittori, meno che mai di scrittori in crisi. Ma a Tom non importa. E’ solo un esercizio per riprendere il ritmo. Già che c’è, si diverte a infrangere altre regole, inserendo, nei primi 2 minuti, una scena di sesso orale in chiesa con una suora. Ci prende gusto e decide che quello script convincerà tutti che lui non è più il tipo alla Dawson Creek. Vuole dare una svolta alla sua carriera e Californication è il suo biglietto da visita. Inaspettatamente, Showtime si dichiara interessata a trarne davvero una serie. Le tribolazioni di Tom Kapinos sono finite. Iniziano quelle di Hank Moody.

“Quando guardi dentro te stesso e scrivi qualcosa di veramente personale” spiega Kapinos “qualcosa che solo tu potevi scrivere, il resto del mondo lo sente”.

Pro Whedon. La parola alla difesa


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 47, gennaio 2009, a conclusione del lungo dibattito su meriti e demeriti di Joss Whedon promosso dai lettori della rivista

Signori della Giuria, sono state dette molte cose contro mio cliente, tirando in ballo la scarsa riuscita del suo primo film e gli ascolti non sempre alti delle sue serie.

Ma un autore non si giudica dalla sua opera peggiore, altrimenti Steaven Spielberg sarebbe solo il mediocre regista di AI. Un autore non si giudica neanche dal calcolo matematico di successi e insuccessi, altrimenti Orson Welles sarebbe semplicemente un fallito.
Un autore, Signori, vale quanto quello che ha lasciato nell'immaginario collettivo. Per questo, Spielberg sarà sempre ricordato come il geniale papà di ET e Indiana Jones, Welles come l'inventore di Citizen Kane e il nostro Joss Whedon come il creatore del Buffyverse.


Whedon ha saputo costruire un mondo ricco di personaggi sfaccettati e in continua evoluzione, legati da relazioni profonde e mutevoli, in cui i confini tra bene e male non sono invalicabili. Un mondo complesso e coerente, capace di vivere anche senza la sua eroina e di migrare in altri media.
Ha creato una protagonista femminile forte, allontanandosi dagli stereotipi sessisti ancora diffusi in cinema e TV, soprattutto nell'horror.
Buffy e il suo mondo hanno conquistato milioni di fan e, come Harry Potter, non saranno dimenticati ora che si è conclusa la loro saga.

Anche perché lasciano un'importante eredità: il rinnovamento dei generi horror e teendrama. Come e più di Kevin Williamson con Scream e Dawson creek, Whedon ha creato l'horror postmoderno e il teendrama postmoderno, uniti in un unico telefilm.

Per questo, Signori della giuria, chiedo di prosciogliere il Signor Whedon da ogni accusa.

Occhio alla penna! Alan Ball


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 47, gennaio 2009, rubrica "Occhio alla penna"

Dalla sitcom all’Oscar, dal dramma familiare all'horror, la carriera di Alan Ball è eclettica e imprevedibile. Le sue scelte, come le sue storie, rispecchiano “la complessità della vita” che Ball si ostina a rappresentare all’interno di “un’industria culturale che tende alla semplificazione”.

Laureato in teatro, Ball sogna Broadway ma finisce a Hollywood. Un producer, colpito dai suoi lavori per la scena off di NY, gli propone di scrivere per la TV. E' così che Alan diventa sceneggiatore di sitcom. Scrive per Grace under fire (1994-95) e Cybill (1996–98). Crea Oh, grow up (1999), ispirata ai suoi trascorsi da commediografo squattrinato in uno sgangherato appartamento condiviso di Brooklyn; la sitcom però ha bassi ascolti ed è cancellata a metà stagione.

Quattro anni e molti episodi dopo, Alan è uno scrittore frustrato dalla routine, dai limiti del format, dalla mancanza di controllo sui suoi testi. Si sente “un operaio della sceneggiatura” e ha bisogno di nuovi stimoli.

Punta al cinema e ritrova la passione: scrive ogni notte, dopo il lavoro da “operaio”, una storia in cui sfoga attraverso il protagonista tutta la sua frustrazione. E' American beauty (1999) che diventa un film di successo e lo ripaga con un Oscar per la sceneggiatura.

Grazie a HBO e alla sua tradizione di qualità, Alan si riconcilia con la TV. Scrive, produce e spesso dirige Six feet under (2001-05), dramma corale sulle vicende di una famiglia proprietaria di un'impresa di pompe funebri. Lo show va avanti per 5 stagioni, vince 6 Emmy e 2 Golden Globe, lanciando gli attori protagonisti e la carriera di regista di Ball, più volte premiato per la sua direzione. Infine nel 2008 crea l'accattivante True blood, serial sexy e sanguinoso tratto da una serie di romanzi sui vampiri.

Al centro dei due macabri telefilm, seppur esplorato da angolazioni diversissime, è il rapporto dei personaggi con la morte. L’ossessione dell’autore ha radici profonde: da bambino Alan ha visto morire la sorella in un incidente d'auto. Da allora, spiega, la morte è una presenza costante nella sua vita, lo accompagna in ogni stanza. E in ogni sua creazione.

Il suo approccio alla scrittura è istintivo. Dotato di un innato senso della struttura, Ball lascia che la trama si sveli a lui poco a poco, accogliendo via via le intuizioni che sente più efficaci. Non delinea a priori l'outline della stagione o le modifiche ai romanzi. Sarebbe un limite al “viaggio di scoperta” che è imprevedibile ed è “l’aspetto più emozionante del processo di scrittura”. Lo svelarsi della storia è un'esperienza quasi mistica.

Occhio alla penna! Tina Fey


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 46, dicembre 2008, rubrica "Occhio alla penna"

Scrive, recita, produce. Dalla sua fantasia sono nati sketch, film, telefilm. Tutti all'insegna della risata. E' una delle poche donne a cimentarsi in un terreno di gioco prevalentemente maschile: la comicità. Parliamo di Tina Fey, trentottenne regina della commedia televisiva made in USA e trionfatrice degli ultimi Emmy e Golden Globe.

Tina ha ben chiaro fin da adolescente qual'è il suo talento: lo humour. Così, studia recitazione e si trasferisce a Chicago determinata a lavorare in Second City, vera istituzione della comicità americana; lì hanno iniziato i più grandi, da John Belushi a Bill Murray a Steve Carell. Missione compiuta: dopo un anno di apprendistato intensivo, la giovane Tina entra a far parte dello show e vi recita dal '94 al '97. Alla scuola di Second City impara l'improvvisazione ovvero l'arte di coniugare attore e autore nella medesima persona. Scopre così di avere una marcia in più: la scrittura.

Debutta nel cinema scrivendo la sceneggiatura di Mean girls (2004), la commedia che fa di Lindsay Loahn una star.

Come per molti suoi celebri predecessori, lo show di Chicago si rivela un trampolino di lancio per il più popolare Saturday Night Life. Tina vi entra in veste di sceneggiatrice. Dopo due anni diventa head writer nonché parte del cast. E' la prima donna a ricoprire questo ruolo e grazie a lei il programma rinasce dopo un lungo periodo di decadenza.

Nel 2005 diventa mamma ma dopo appena un mese torna a lavorare ai suoi sketch perché ha “un contratto da rispettare con la NBC mentre con la bambina c'è solo un accordo verbale”. E poi commedia e maternità si somigliano: “entrambe prevedono un travaglio doloroso per arrivare a un sollievo finale”.

L'anno dopo crea per la stessa rete 30 Rock (2006-08), una sitcom basata proprio sulle sue precedenti esperienze televisive. La protagonista, interpretata dalla stessa Tina, è l'head writer di un TV show della NBC, alle prese con un boss invadente (Alec Baldwin), un cast capriccioso e uno strambo team di scrittori. 30 Rock è accolta con entusiasmo dalla critica, colleziona premi, ma non ottiene mai grandi risultati di ascolto. Nel ritirare l'ennesimo Emmy, l'autrice ringrazia ironicamente “le dozzine e dozzine di fan dello show”. Che resiste tuttora in onda alla sua 3° stagione.

Il grande pubblico arriva per Tina durante gli ultimi mesi della campagna presidenziale del 2008: tornata per l'occasione a collaborare con i vecchi amici del SNL, allieta mezza America con le sue esilaranti imitazioni della repubblicana Sarah Palin.

Risposte ai problemi della vita, # 17

"Le persone odiano le persone che hanno teorie sulle persone".

Gregory House, House

Occhio alla penna! Bryan Fuller



Pubblicato su Telefilm Magazine n° 44, ottobre 2008, rubrica "Occhio alla penna"


La carriera di sceneggiatore di Bryan Fuller è casuale quanto folgorante e il suo nome è associato a molte serie cult degli ultimi anni. Per la geniale creatività, la predilezione per il fantastico, la personalissima poetica, è visto da alcuni come il nuovo Joss Whedon.


Fan accanito di Star Trek, un bel giorno si rende conto di averne afferrato i meccanismi narrativi e invia uno spec script alla produzione. Il suo primo tentativo è apprezzato e il giovane Bryan è chiamato a scrivere per Deep Space 9 e Voyager, suoi miti di sempre. E' il 1997: alla scuola di Star Trek, Fuller impara i trucchi del mestiere. Poi procede per la sua strada.

Da suoi concept originali nascono Dead like me (2003-04), Wonderfalls (2004), Pushing daisies (2007). Scrive il TV movie di Carrie (2002), dal bestseller di Stephen King. E' executive producer e sceneggiatore del pilot di The amazing screw-on head (2006), progetto di serie d'animazione tratta dal fumetto di Mike Mignola, e della stagione 1 di Heroes (2006-07), per cui si prende carico del personaggio di Claire, la cheerleader.


Un'originalissima vena macabra distingue tutte le creazioni di Fuller. I protagonisti dei suoi show sono per lo più... morti. Sono tornati magicamente in vita, o incaricati di traghettare le anime dei morituri, o zombie; non a caso la sua casa di produzione si chiama The Living Dead Guy. Temi ricorrenti sono gli interrogativi filosofici sulla vita dopo la morte e sul destino di ognuno nell'universo, uniti a una forte spiritualità, il tutto sempre condito da irresistibile humour nero.

La sua carriera è costellata da aspre battaglie con i network. Si batte contro i bassi budget a disposizione e, gay dichiarato, contro i pregiudizi dei vertici che l'ostacolano nella rappresentazione dell'omosessualità. Poco incline al compromesso, abbandona Dead a metà della 1° stagione (nelle successive il personaggio gay diventa etero), mentre Wonderfalls riceve un prematuro stop dopo solo 5 episodi, anche a causa di una controversa scena d'amore lesbo (esce in DVD ridimensionato a miniserie in 13 capitoli). Fuller non lascia invece Heroes, anche se viene tagliata la parte in cui Zach rivela la sua omosessualità.

Finalmente il favore del pubblico e il riconoscimento della critica si uniscono alla piena libertà creativa con Pushing Daisies, nominato a 12 Emmy e ora alla 2° stagione. Qui i temi a lui più cari si mescolano a un'innocente vena romantica, enfatizzata dagli iperrealisti décor anni '50, dando vita a un inedito, fiabesco connubio di eros e thanathos.



Always look at the bright side of life...


Se non avete visto gli ultimi episodi di Grey's Anatomy e siete ancora preda dell'angoscioso, amletico interrogativo "Amore o Tumore?", potete state tranquilli. Jack era veramente innamorato di Mary. Non la ha sposata solo perché la malattia ha modificato il suo comportamento.

Ebbene si: era amore, non tumore.
Ma poi lui muore.
E' l'ottimismo stile Grey's anatomy.

Mi ricorda una vecchia vignetta di Matt Groening:
"Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?"
"Mezzo pieno. Ma c'è una mosca dentro".


Risposte ai problemi della vita, # 16

"If you don't like your job you don't strike. You just go in every day and do it really half-assed. That's the American way"

Homer Simpson, The Simpsons

Scoop! La Fonte Segreta della Vita Segreta della Teenager Americana


Nel primo episodio di Vita segreta di una teenager americana, facciamo la conoscenza di Amy e di un gruppetto di studenti della Grant High le cui vite si intrecciano con quella della protagonista. Scopriamo i loro segreti, i sogni, i punti deboli...

Non deve essere stato difficile per l'autrice, Brenda Hampton, presentarci tanti personaggi in soli 20 minuti... perché, in un certo senso, li conoscevamo tutti: Amy, Grace, Jack & Co. sono l'incarnazione dei più triti stereotipi della fauna scolastica americana, già visti e rivisti in mille film e telefilm.


C'è la bella della scuola, naturalmente bionda, naturalmente fidanzata con il capitano della squadra di football, il classico bravo ragazzo americano, appena un po' tontolone. Il loro amore è totalmente puro e non è mai stato "consumato", perché lei vuole aspettare il matrimonio. Mentre lui è combattuto tra il ruolo di boyfriend sensibile e il richiamo degli ormoni.

C'è la ninfetta tentatrice, una che sembra aver sbagliato telefilm perché si comporta come una navigata mangiauomini in un thriller di serie B.

Poi c'è il teenager un po' sfigato ma che capisci subito che, quando daranno le giuste istruzioni a costumisti e parrucchieri, non sarà poi così male. Il teenager è ossessionato dal perdere la verginità. La prescelta è la brava ragazza che suona l'oboe nella banda della scuola. Ma la giovane musicista non è ingenua come sembra e, all'insaputa di tutti, ha già fatto sesso proprio al campeggio della banda.

Solo un episodio eppure mi sembra di conoscerli da sempre...
Un momento, io li conosco davvero: questi non sono solo stereotipi, sono esattamente i personaggi di American Pie!!!

Il dubbio amletico di una telespettatrice perseguitata da telefilm deprimenti

Amore o tumore? This is the question.

L'amletico dubbio era al centro dell'ultimo episodio di Grey's Anatomy, positivo e solare come sempre. La disgraziata di turno si chiedeva se il suo matrimonio lampo con un giovanotto, bello, ricco e simpatico fosse frutto dell'amore a prima vista o di un tumore al cervello che spingeva lui a decisioni impulsive.

Mentre la poveretta si dibatteva nell'angosciosa incertezza, e nuovi scenari di depressione si schiudevano all'orizzonte, un altro inquietante interrogativo si faceva strada e io mi chiedevo, in posa plastica e con un teschio in mano:

meglio essere o non essere spettatori di Grey's Anatomy?

L'ultima perversione del Dottor Troy


Ogni telespettatore di Nip/Tuck è abituato ad aspettarsi il peggio dal Dottor Troy.

Lo abbiamo già visto tradire le sue donne, il figlio, il migliore amico, fare sesso davanti a un vecchio moribondo, prostituirsi per diletto, gettare cadaveri nelle paludi. E non abbiamo battuto ciglio.

Ma questo è troppo. C'è un limite alla perversione, un confine che non andrebbe superato.
Nell'episodio di lunedì scorso Troy è diventato
repubblicano!


Giovedì gnocchi, martedì trippa, lunedì trash.


Dopo una lunga giornata nel mondo reale, non c'è niente di meglio che rilassarsi, sospendere l'incredulità, spegnere il il senso critico davanti a un bel telefilm trash. Soprattutto se è lunedì. Ecco perché non perdo mai l'appuntamento settimanale con Nip/Tuck.

Dopo il delizioso filone narrativo della scorsa stagione sulla simpatica gerontofila Michelle, il suo capo gangster faccia-di-Frankestein e il loro racket di reni espiantati al malcapitato di turno, era difficile trovare qualcosa di altrettanto disgustoso/esilarante, eppure...

Non ho seguito il telefilm dai suoi inizi, se non sporadicamente, quindi non ho intenzione di giudicare l'intera serie. Non so se ci sono state metamorfosi o derive rispetto alle prime stagioni. Se ha avuto momenti migliori o se è nato proprio così. Non mi importa. Mi limiterò, vostro onore, a esporre i fatti. Questo è ciò che ho visto negli ultimi 3 lunedì.

Kimber lascia Sean e inizia una relazione lesbica con un'attraente bionda. La figlia adolescente della bionda, provocante puttanella in divisa scolastica, popola i sogni di Sean da quando lui le ricostruisce l'imene.

Il dottor Troy, dopo tutta la fatica per affermarsi come chirurgo a Los Angeles, inizia, un po' per caso, poi ci prende gusto, a prostituirsi con ricche vecchiette. Poi, all'insaputa del suo socio e miglior amico che ancora la ama, va a letto con Kimber ma ne è subito scaricato: pare non abbia retto il confronto con la bionda sexy. Sedotto e abbandonato, è anche ricattato dalla puttanella che li ha filmati e minaccia di mostrare tutto a Sean. Lui la zittisce garantendole una fornitura vitalizia di ansiolitici e farmaci per dimagrire. Poi la fa passare per drogata e internare in un centro di disintossicazione.

Quel disgraziato di Matt, il figlio degenere, già sposato con la regina del porno e membro della chiesa di scientology, è ora tossicomane. Come lui, la moglie e , ben presto, la figlia neonata, costantemente avvolta com'è da una nuvola di crack.

Sean, family man, sta per sposarsi con un'attrice dipendente dai lassativi che, durante una romantica serata, abbiamo visto inondargli di diarrea la vasca a idromassagio. Lui scaccia questa immagine dai suoi ricordi concentrandosi ancora di più sulla puttanella (noi telespettatori invece non ci riusciremo mai). L'attrice, non sapendo si tratta di una studentessa reale, impersona la fantasia dell'amante vestendosi da scolaretta sexy. Lui le chiede quale sia la sua fantasia. Proprio quel giorno arriva a farsi operare un aitante nero con unghie di donna conficcate nella schiena e spiega di far parte di un club di scambisti in cui bei giovanotti neri scopano donne bianche sovrappeso di mezza età sotto gli occhi eccitati dei loro mariti cornuti. L'attrice incontinente, anche nota nel telefilm come "sparamerda", decide che quella è la sua fantasia. Vanno al club ma Sean, cornuto da sempre, non lo trova così eccitante.

Il momento più bello: Matt è sul set di un film porno gay dove, per 5000 dollari da spendere al più presto in droga e omogenizzati, si farà "sverginare" da un fusto grosso il doppio di lui; la moglie accorre per farlo desistere, lui le risponde "Volevo solo essere un buon padre di famiglia".
Sublime.
Cose così ti svoltano la serata.

Risposte ai problemi della vita, # 15

"Well, my theory on death is: first you're whisked down a long, dark tunnel towards a beautiful dark light, you suddenly get all the jokes you never got before, you let out a little chuckle and then you die"

Daphne Moon, Frasier

Occhio alla penna! Aaron Sorkin


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 43, settembre 2008, rubrica "Occhio alla penna"

Prima di affermarsi come versatile autore di teatro, cinema e TV, Aaron Sorkin era un aspirante attore. Ma, come molti prima di lui, trovava lavoro più dietro il bancone che sul palco. Cameriere frustrato, inizia a scrivere casualmente, buttando giù appunti sui tovaglioli di carta del bar; poi passa la notte a riordinarli. Risultato, a 28 anni è un attore fallito ma ha 3 drammi di successo nel circuito off Broadway. Uno di questi approda al cinema con un cast all-star: è Codice d'onore.
L'ascesa hollywoodiana prosegue con Malice e Il presidente. Una storia d'amore. Per lavorare a quest'ultimo si rinchiude 2 anni in un hotel di LA. Ne esce con uno script esagerato, lungo 385 pagine, poi faticosamente ridimensionato alle canoniche 120.
Il materiale scartato non va sprecato: Aaron se ne serve per dar vita una serie TV centrata sulla Casa Bianca: West wing (1999-2006). E’ il suo 2° telefilm, dopo l'esordio sul piccolo schermo con Sports night (1998-2000) ispirato alle trasmissioni sportive che gli tenevano compagnia durante il suo ritiro nell'hotel.
West Wing è un trionfo: premiatissimo, già alla 1° stagione colleziona 9 Emmy. Così Sorkin, genio creativo istintivo, privo di metodo e disciplina, si trova a gestire 2 serie contemporaneamente. Lo stress lo trascina nella dipendenza da alcool e droghe. E’ arrestato in aeroporto con crack e funghi allucinogeni nella valigia. Anni dopo, uscito dal tunnel, esorcizza le pressioni dello show business con un serial sulla TV in diretta: Studio 60 (2007-08).

Tutti telefilm di Sorkin esplorano cosa avviene dietro le quinte di mondi esclusivi: l’industria dello spettacolo, le stanze del potere. Tutti hanno al centro una squadra affiatata di professionisti... molto loquaci: a Sorkin piace parlare, tanto, e questo si riflette nei suoi personaggi. “Qualcuno mi ha detto che scrivo come se fossi sempre al primo appuntamento con una ragazza.”
Conversazioni velocissime, battute ad effetto e monologhi memorabili sono il suo marchio di fabbrica. Per questo è stato chiamato a supervisionare i dialoghi di Schindler's list, Bullworth, Nemico pubblico. "Non ho storie da raccontare. Davvero. Ciò che amo è il suono e la musica del dialogo. Ecco cosa mi piace scrivere".
Il suo approccio creativo rispecchia l'irruenza e la spontaneità del parlato: poco a suo agio con plot strutturati, Sorkin non delinea l’arco narrativo delle sue serie ma segue l’ispirazione del momento. E questa non gli manca certo: per West Wing ha scritto 87 episodi in 4 anni. Più che prolifico… logorroico!

Occhio alla penna! Bill Lawrence



Pubblicato su Telefilm Magazine n° 42, luglio 2008, rubrica "Occhio alla penna"

A 39 anni, Bill Lawrence vanta un'intensa ed eterogenea carriera di sceneggiatore TV. Inizia giovanissimo e in grande stile: scrive per La Tata, poi entra nel team creativo di Friends. A soli 26 anni, firma la sua prima serie: è Spin City, con Michael J. Fox, un successo replicato per ben 6 stagioni. Da quel momento, lavorerà solo su progetti suoi, tracciando un percorso molto personale. Si allontana sempre più dai trionfi mainstream degli esordi e dal format tradizionale della sitcom, per giocare liberamente con i generi, ideando concept più innovativi, ma più rischiosi.


Nel 2001 crea per la NBC Scrubs, inedito mix di medical e commedia con un tocco surreale: la serie diventa subito un cult e, malgrado gli ascolti non altissimi, resiste tutt'ora in onda, alla sua 7° stagione. Lawrence sa conquistare, con la sua originalità, uno zoccolo duro di fan fedelissimi, “i miei nerd”, che lo sostengono in barba alle rigide leggi dei grandi numeri seguite dai network. Ogni anno Scrubs sembra sul punto di essere cancellata e la sua inaspettata longevità sorprende lo stesso Bill. Non sempre però il miracolo si ripete. L'ultima sua creatura, Nobody's watching (2006), passa alla storia come il fallimento di maggior successo della TV. Il progetto è ambizioso: un mockumentary su due ragazzi che vogliono ideare una sitcom. Il pilota è rifiutato dalla WB, ma diventa un fenomeno del web: grazie a Youtube acquista enorme popolarità e attira l'attenzione della critica specializzata che ne auspica, invano, la produzione.


Altro cult fuori dagli schemi è Clone High (2002-03), bizzarra serie animata su un immaginario liceo popolato dai cloni di personaggi famosi, da JFK a Cleopatra, risultato di un esperimento top secret del governo Usa per oscuri piani militari.


Lawrence è un grande fan dei Simpson e le sue creazioni hanno molto in comune con il celebre cartoon: il mix di generi e la loro parodia, l'accumulazione di gag e riferimenti culturali, le continue divagazioni mentali dei protagonisti. Per Bill, il difficile non è scrivere ma tagliare, tenere a freno la sua fantasia: si tratta di spingere al massimo sul pedale della comicità, ma senza mai oltrepassare la linea oltre la quale i personaggi non risulterebbero più credibili in situazioni drammatiche.


Volete conoscerlo meglio? Bill è sposato con l'attrice Christa Miller, meglio nota come Jordan, l'ex signora Cox. Quanto a lui, lo si vede spesso passare sullo sfondo nel Sacred Heart Hospital: aguzzate la vista!

Occhio alla penna! Darren Star

Pubblicato su Telefilm Magazine n° 41, giugno 2008, rubrica "Occhio alla penna"

Darren Star è l'autore di alcuni dei telefilm più amati degli ultimi 20 anni. E' il suo 1° script per il cinema, Galeotti sul pianeta terra, ad aprirgli le porte della TV: grazie a questa commedia adolescenziale, nel '90 è chiamato dalla Fox a ideare un teendrama per il celebre producer Aaron Spelling. Star pensa a due bravi ragazzi del Minnesota catapultati nella LA più glamour. Nasce Beverly Hills 90210 e con il suo facile appeal diventa il fenomeno televisivo del decennio. In un colpo solo fa decollare la carriera di Star, il neonato network e il decadente impero Spelling. La stessa squadra sforna subito un altro mega hit, Melrose Place. La serie trae spunto dalle vicende personali di Star che, da aspirante sceneggiatore, viveva in un appartamento a Hollywood. Ma a prevalere sull'autobiografia è il marchio Spelling e c'è ben poco di reale negli intrighi del patinato condominio californiano.


Per qualcosa di genuinamente autobiografico, dobbiamo aspettare Grosse point, nel 2000, satira sulla vita dietro le quinte di un immaginario teendrama, ispirata proprio all'esperienza di Star sul set di 90210, di cui lo show nello show è la parodia. Stavolta la critica è entusiasta, ma gli ascolti bassissimi. Stessa sorte era toccata alla soap Central Park West, nel '95, 1° tentativo di affrancarsi da Fox e Spelling.


La piena affermazione autoriale arriva nel '98 con un telefilm destinato a dominare culturalmente la decade successiva: è Sex & the City, vita e amori di 4 single a Manhattan, che Star forgia basandosi sulla rubrica settimanale della giornalista Candace Bushnell. E' il suo più grande successo. L'unico a mettere d'accordo critica e pubblico. In 6 stagioni vince 8 Golden Globe (24 nomination) e 7 Emmy (50 nomination). Intramontabile fenomeno di costume, 10 anni dopo approda trionfalmente al grande schermo. Approfittando della maggiore libertà offerta dal canale via cavo HBO, Star crea uno show che parla di sesso senza tabù e moralismi, una rivoluzione nel mondo dei telefilm. Anche perché a parlarne, in dialoghi espliciti e dissacranti, sono le donne. Sotto il glamour delle serie precedenti, poi, ora c'è il realismo di personaggi in cui è possibile identificarsi. Un cocktail perfetto di commedia piccante, dramma sentimentale e satira sociale. Star rispolvera la stessa ricetta nel 2007 per Cashmere Mafia, proponendo un altro quartetto femminile a NY. Ma la magia non sembra ripetersi.

Conoscendo Star, aspettiamo di vedere cosa ha in serbo per rivoluzionare la prossima decade televisiva.


Occhio alla penna! David Shore

Pubblicato su Telefilm Magazine n° 40, maggio 2008, rubrica "Occhio alla penna"


Fin da bambino, David Shore ha sempre voluto fare... l'avvocato. Ma già all'università si accorge che la giurisprudenza “non è divertente” e per sfogare la sua innata vena comica trasforma la gazzetta di facoltà in un giornale satirico. Poi, un bel giorno, a 31 anni, prende una “stupida decisione” che cambierà per sempre la sua vita: lascia lo studio legale, salta in macchina e guida dal Canada a LA, per diventare sceneggiatore di sitcom. Piuttosto rischioso per un avvocato senza alcuna esperienza di scrittura. Ma David pensa che, in caso di fallimento, avrà un aneddoto simpatico da raccontare ai suoi clienti.


Inaspettatamente, il suo sogno si realizza... a metà. Shore diventa sceneggiatore ma scopre di essere più drammatico che comico. Entra nello staff creativo di Due poliziotti a Chicago. Da allora, grazie all'esperienza forense, si specializza in legal e polizieschi: scrive per NYPD e The practice; è sceneggiatore ed executive producer di Family Law, Hack e Law & Order, per cui riceve 2 nomination agli Emmy. Nel 2004 propone alla Fox uno strano poliziesco in cui il detective è un medico e i cattivi sono i germi. E' House M.D., un successo immediato e planetario. La serie è nominata 2 volte agli Emmy come Best Drama e ne vince uno per l'episodio “3 Stories” scritto proprio da Shore.


Curiosamente, quando il progetto riceve l'ok dal network, non ha ancora un protagonista. Shore però sa che, a differenza dei delinquenti, i germi non hanno motivazioni e sente il bisogno di dare spessore alla sua serie. Vuole renderla meno meccanicistica e più character-driven. Nasce così Gregory House, medico geniale e scorbutico, uno dei personaggi più popolari della TV. Attraverso di lui, Shore può finalmente esprimere la sua vena umoristica. Ma sopratutto può approfondire le tematiche sviluppate nei lavori precedenti. Perché, che trattino di poliziotti, avvocati o medici, c'è un filo conduttore nei suoi script: è la predilezione per le situazioni controverse, in cui non c'è un'unica e chiara soluzione ma sono i personaggi a dover scegliere, e affrontare le inevitabili conseguenze. In passato, a un fan che gli chiedeva come mai i protagonisti di Law & Order riuscissero sempre ad acciuffare i colpevoli, Shore rispose che non era vero, citando 3 episodi in cui si sbagliavano... non a caso, erano tutti scritti da lui. Ora, ci spiega che House non parla di medicina ma di filosofia: come tutti buoni telefilm, presenta dilemmi etici, personaggi che si chiedono cosa sia giusto e cosa sbagliato. “E' meglio essere una persona buona o avere ragione?”.

Risposte ai problemi della vita, # 14

"Every girl has to fall for a bad boy. It's the rule. It's the reason so many accountants eventually get married".

Lane Kim, Gilmore Girls

Saving Grace vs CSI


Oklahoma, scena del crimine. Il detective della polizia Grace Hanadarko e la criminologa Rhetta Rodriguez osservano le impronte sul terreno.

Grace: "Mmm... Puoi attribuire l'impronta di uno zoccolo ad un solo cavallo?"

Rhetta
: "Solo se gli Who suonano in sottofondo".

Grace: "E' un no?"

Rhetta: "E' un no".

Chuk & Grace. Loro non dormono. Aspettano.

Deve usare una controfigura nelle scene di pianto.
Può circondare i suoi nemici. Da solo.
Ha contato fino a infinito. Due volte.

E ora ha un'erede.


Chuck Norris alias Walker Texas Ranger (c'è differenza?) ha ora un'anima gemella. Uno spirito affine. E' Grace Hanadarko, interpretata da Holly Hunter, protagonista del serial Saving Grace.

Walker e Grace sono due valorosi paladini della legge, entrambi si battono contro il crimine e lo fanno lontano dalle mondane metropoli delle coste ma nelle sconfinate zone rurali dell'America profonda, quella più vera. Walker nel suo Texas, Grace nell'amata Oklahoma.

Sono due duri, due cowboy solitari, forti, decisi, testardi. Hanno metodi poco ortodossi e non esitano a infrangere le regole per far trionfare la giustizia.

Ognuno di loro ha un fedele aiutante, Walker ha Trivette e Grace ha Rhetta: validi colleghi sul lavoro soprattutto amici leali in grado di sopportare il loro comportamento da spiriti liberi e indomabili.

Entrambi hanno un mentore indiano, figura paterna e legame con le antiche tradizioni. Infusi di saggezza dei nativi americani, i nostri eroi vivono con intensità il rapporto con la loro terra e la rispettano. Concreti e diretti, preferiscono il cavallo all'auto, le indagini sul campo a quelle condotte al pc o in laboratorio.

Nessuno dei due si tira indietro davanti a una sana scazzottata. Sono tipi fisici, la loro migliore arma è il loro corpo. Walker dispensa con generosità i suoi famosi calci rotanti.
Grace le acrobazie preferisce farle tra le lenzuola.

Da ultimo, ma non meno importante, le loro avventure iniziano e finiscono al bar davanti a una birra.

Grace però ha un angelo custode che veglia su di lei.
Deve averglielo mandato Chuck.

Telefilm Festival. Il personalissimo palmarès della solita telespettatrice

Il Telefilm Festival non prevede un concorso. Senza nessuna competizione ufficiale, ogni spettatore è libero di proclamare per sé vincitori e sconfitti della rassegna...

Signore e signori, ecco il mio personalissimo palmarès.

OSCAR PER LA FOTOGRAFIA E LA SCENOGRAFIA: Pushing Daisies
Perché la necrofilia non è mai stata così attraente. Décor anni '50,
colori sgargianti, diners & cherry pie, lovers & lollypops.

LADY OSCAR PER LA SCENEGGIATURA ORIGINALE: Back to You
Ovvero The Sitcom is Back... ed è in gran forma. L
'immancabile laugh track a malapena riesce a tenere il ritmo frenetico delle battute.

PREMIO DELLA GIURIA ALLA TRAGRESSIONE
: Sarah Silverman
La nostra beniamina alle prese con sciroppi allucinogeni, barboni assassini, peti vaginali e altre amenità.

PALMA D'ORO DEL
TRASH: Unhitched
Perchè nei primi 3 minuti del pilot assistiamo a una rara scena di sodomia zoofila, precisamente ad opera di uno scimpanzè sul nostro protagonista. Seguono dettagli medici su lacerazioni e penetrazione. Chi ben comincia...

PARDO D'ORO DELLA COMICITA'
: Hidden Palms
... nel senso di comicità involontaria. Dopo Dawson's Creek, ancora un gruppetto di parrucconi egocentrici e logorroici per Kevin Williamson. Ancora il suo feticismo per biondini dalle pettinature improbabili.

LEONE D'ORO DELL'HORROR: Visitors
... nel senso di orrore involontario. Non bisognerebbe mai riguardare i miti dell'infanzia...

COPPA DEL NONNO: I Soprano
In occasione dell'uscita italiana del 1° cofanetto, eccoli per una volta sul grande schermo. Accompagnati da arancino e cheesecake, ricette Soprano doc, offerti dal Festival. Per il 2° cofanetto ci aspettiamo anche un bicchiere di vino.


GIARRETTIERA DI SETA: Californication
Impossibile resistere al fascino di questo show sexy, intelligente e romantico.

COUSCOUS DI PLATINO: Arab labor
Per guardare il Medio Oriente
con altri occhi, occhi da orientale. Commedia brillante sulla vita quotidina di una famiglia palestinese in Israele.

MENZIONE SPECIALE AI NERD: Chuck, Big bang theory, Aliens in America
Per la perseveranza di una categoria che ancora cerca la rivincita.

PREMIO "5° POTERE": Studio 60, Boris
La TV che parla di TV, con le giuste dosi di intelligenza, cattiveria e umorismo.

PREMIO SPECIALE "L'ETA' DELL'INNOCENZA": H2O
Per il candore delle protagoniste, ospiti del festival: due adolescenti alte 1 metro e 90 e vestite da sera. Per il pubblico in sala, età media 5 anni, che domandava alle star quale fosse il loro gusto di gelato preferito. Perché per una generazione di telespettatori le sirene non evocheranno tragici sacrifici d'amore.

PREMIO SPECIALE "LA FINE DELL'INNOCENZA": The Reaper
Il giorno del suo 21° compleanno, Sam scopre che i genitori hanno venduto la sua anima al diavolo. Welcome to the cruel world.

ORSO D'ORO PER LA COLONNA SONORA:
Hidden Palms
La musica? Ottima e abbondante. Perché lo show da il meglio quando i protagonisti non parlano.


NASTRO D'ARGENTO DELLA SFIGA: Big shots
4 uomini lamentosi e vittimisti giocano a fare Sex & the City al maschile. Perdono tutti.

OSCAR ALLA CARRIERA: I Simpson
Una selezione di 4 storici episodi. Visti e rivisti. E da rivedere. Ancora. Prima e dopo i pasti. Vi sentirete meglio.

Sicuramente ho dimenticato qualcosa... D'OH! Accolgo suggerimenti, obiezioni, discussioni.

Ugly Series La scoperta di una telespettatrice ingenua

Le risposte ai problemi della vita si trovano in TV... e a volte nei dibatittti sulla TV. Così è stato per me ieri: il dibattitto in questione apriva la 6° edizione del Telefilm Festival ed era dedicato alla produzione e la programmazione seriale in Italia.

Il mio problema, in realtà largamernte condiviso da tutti i telefili nostrani, era capire il perché dell'assurda, illogica, fastidiosa e, almeno apparentemente, insensata collocazione delle serie nei palinsesti rai e mediaset.
Perché programmare i nostri amati telefilm in orari improbabili, cambiare continuamente giorno e canale di messa in onda, fregarsene dell'ordine cronologico degli episodi?
La risposta di un dirigente Mediaset: perché non possono lamentarsi. Tutto qui. Elementare Watson.

Perché non ci avevo pensato prima?!

I telefilm ammericani, nonostante la loro presenza massiccia nella programmazione, sono in raltà l'ultima ruota del carro nelle nostre TV. Costano poco, molto meno che produrne di nostri; durano poco, sono quindi i tappabuchi universali, adatti a qualsiasi vuoto del palinsesto; soprattutto non avanzano pretese di visibilità né chiedono rispetto come attori, registi, produttori e conduttori delle trasmissioni made in Italy.

E noi che pensavamo che i telefilm.... Che ingenui!
Per noi sono bellissimi, per chi conta non valgono un granché. A casa sono i nostri prediletti, in ufficio sono i brutti anatroccoli.
Un po' quello che accade all'adorabile Betty Suarez.

Occhio alla penna! Josh Schwartz

Pubblicato su Telefilm Magazine n° 39, Aprile 2008, rubrica "Occhio alla penna".


Josh Schwartz ha sempre saputo cosa sarebbe diventato da grande: uno sceneggiatore. A 12 anni si abbona a Variety, a 21 vende il primo script alla Tristar, poi lascia la facoltà di cinema per Hollywood e... il resto è storia. Nel 2001, a soli 26 anni, crea The O.C. e rivoluziona il teendrama. Diventa il più giovane autore di una serie drammatica nella storia della TV USA. Il tutto senza avere un solo giorno di esperienza nello staff creativo di un telefilm. Josh, anche produttore esecutivo, scrive personalmente quasi tutti gli episodi della 1° stagione, fatica ricompensata dal successo planetario della serie. Nel 2007 conferma la speciale sensibilità per l'universo adolescenziale con Gossip Girl, che adatta da una collana di romanzi. Infaticabile, negli stessi mesi debutta con la spy-comedy Chuck, ed è un altro successo.


I TEEN. Con O.C. Schwartz muove guerra alle regole obsolete del teendrama. Usa la “strategia del cavallo di Troia”: conquista la Fox con un pilota all'insegna di sfilate di moda, falò sulla spiaggia, tramonti e bikini; ma sotto la superficie patinata stile Beverly Hills 90210 c'è in realtà uno show più profondo e anticonformista. A fare la differenza, i personaggi, autentici e in continua evoluzione: sono loro i guerrieri nascosti nel cavallo. Ispirandosi a Cameron Crowe e Nick Hornby, costruisce intorno a loro credibili e avvincenti relazioni in grado di attirare anche il pubblico maschile. I dialoghi scritti da un ventiseienne, poi, suonano veri e non artificiosamente giovani. La strada per GG è già spianata.


I GRANDI. Se Josh è abbastanza giovane da ricordare sentimenti e slang da teenager, è anche abbastanza cresciuto da capire che la vita dei genitori può essere altrettanto interessante, leggi incasinata, di quella dei loro figli. Nei suoi teendrama i genitori non sono i soliti moralisti asessuati, sempre pronti a predicare. Le loro vicende si intrecciano naturalmente con quelle dei giovani protagonisti. E conquistano anche il pubblico adulto.


I GEEK. Ogni autore racconta qualcosa di sé attraverso i suoi personaggi. Schwartz, il ragazzo prodigio, l'adolescente ebreo solitario e secchione, l'eastcoaster spaesato tra la fotogenica fauna universitaria del Sud California, lo ha fatto soprattutto attraverso quell'adorabile sfigato di Seth Coehn, il vero outsider di O.C. Ora il testimone sembra passato al timido Chuck Bartowsky, mago dei pc e spia per caso, un'altro irresistibile geek destinato a grandi cose.


Il Buono, il Brutto, il Cattivo. La nuova squadra del Dottor Casa

Les jeux sont faits. Rien ne va plus.
E' uscito il 13. Seguito da Kutner e Taub. Ha perso chi aveva puntato su La Sexy Dottoressa e La Bastarda Tagliagole.

Peccato per Tagliagole, aveva iniziato a piacermi. Ma la serie non aveva bisogno di un altro personaggio scostante e spregiudicato, avrebbe tolto importanza a Il Grande Bastardo che noi tutti amiamo (uno spinoff per lei magari? fiiico...).
13 invece ricopre a perfezione il ruolo lasciato vacante da Cameron: La Buona.
La migliore spalla possibile per House, l'idealista in grado di far risaltare il suo cinismo.
Accanto a lei, Kutner e Taub, Il Brutto e Il Cattivo, uno pasticcione e l'altro scaltro, ma tutt'altro che monolitici, abbastanza imprevedibili e ben assortiti come lo erano Chase e Foreman.

A questo punto, che ruolo è rimasto per Foreman? Per ora, quello della comparsa di lusso. Passa, sempre elegantissimo, con cravatte dai colori improbabili, dice un paio di battute con sguardo ammiccante, poi sparisce. Forse fa il testimonial per qualche griffe.

Risposte ai problemi della vita, # 13

"Cosa sarebbe la vita, senza la possibilità di fare scelte stupide?"

Gregory House, House M. D

Occhio alla penna! Shonda Rhimes


Pubblicato su telefilm Magazine n°38, Marzo 2008. Rubrica: Occhio alla penna.

Shonda Rhimes, classe 1970, ha scritto solo due commedie per il cinema (Principe azzurro cercasi con Anne Hathaway e Crossroads con Britney Spears) quando adotta una bambina: costretta a casa, riscopre la TV e rimane stregata da Felicity e Buffy. E' allora che decide di scrivere telefilm che possano avere lo stesso magico effetto sulla gente. A 5 anni, raccontava al registratore storie che la mamma poi trascriveva per lei; trent'anni dopo, le sue parole sarebbero state ascoltate da milioni di persone in una sola sera, quella del debutto in TV del suo show: Grey's Anatomy. La sua vita cambia per sempre. Da mamma single e scrittrice independente, Shonda diventa autrice ed executive producer di un telefilm di culto, la guida creativa di un team di 200 persone. E' la 1° donna nera a raggiungere questa posizione e la serie si distingue per il cast multietnico. L'anno dopo vince un Golden Globe per Best Drama. Nel 2007 bissa il successo di Grey's con lo spinoff Private Practice.


LA VISIONE. Il metodo creativo di Rhimes è “image-driven”: nasce da un'immagine evocativa, una scena che coinvolge un personaggio e che improvvisamente le appare vivida nella mente. Può essere l'inizio di un plot, il punto di svolta, il finale. Lei scrive la storia intorno a quell'immagine, in funzione di quel momento. Questo vale per la costruzione di un episodio, una stagione, persino l'arco dell'intera serie. Shonda infatti dichiara di avere da sempre chiarissima in mente l'immagine finale di Grey's.


LA SCRITTURA. L'autrice delinea l'arco narrativo dei protagonisti per l'intera stagione. Poi passa settimane nella writers room per guidare il suo team (12 sceneggiatori, selezionati da lei). Quindi revisiona la 2° e la 3° stesura di ogni script, attenta che ogni minimo dettaglio sia fedele alla sua visione dei personaggi. Infine dà gli ultimi, magici ritocchi prima di consegnarlo agli attori.


LA MUSICA. La musica ha un ruolo chiave nelle sue creazioni. A casa, Shonda preparava per sé la playlist più appropriata a ogni script cui si dedicava. Ora, tutte le canzoni dei suoi show sono scelte da lei.


I PERSONAGGI. C'è qualcosa di Rhimes in ognuno dei suoi personaggi, per questo ne è così gelosa. “Meredith sono io”: è quella che dà voce ai suoi pensieri più intimi. Ma le appartengono anche la schiettezza della Bayleys o le nevrosi di George. Ora il suo nuovo alter ego è Addison: una donna adulta che ha già ottenuto il successo nel lavoro ma, come Shonda, ancora cerca il suo Principe Azzurro.

Risposte ai problemi della vita, # 12

"I don't think I've ever been to an appointment in my life where I wanted the other guy to show up".

George Costanza, Seinfeld

La vita, lo squalo e tutto quanto. Memorie e delirio della solita telespettatrice


Stamattina facendo colazione davanti a Happy Days ho rivisto la famosa scena del salto dello squalo, la prodezza acrobatica di Fonzie che anni dopo sarebbe diventata sinonimo di decadimento di un telefilm-perdita di credibilità-inizio parabola discendente.

Scena che mi era rimasta impressa da quando,
piccolissima, l'avevo vista la prima volta... ma per la ragione opposta: "WOW! Fonzie è così fico che salta uno squalo!".
Ma anche a 5 anni mi ero resa conto che qualcosa in quel telefilm non andava più, perché un paio di scene dopo Richie rifiuta un ingaggio a Hollywood per andare all'Università... Ah!
Vabbè lo squalo, ma questa non se la beve neanche un bambino.
Non solo: Richie è incoraggiato a questa scelta nientemeno che da Fonzie che dopo il salto non è più lo stesso e infatti di lì a poco si riduce a fare il papà moralista di Chachi -
l'outsider è integrato, il sistema colpisce ancora.

Insomma, mi sa che da piccola avevo già capito le cose che contano nella vita... e nella finzione. Cosa è accettabile e cosa non lo è.
Saltare uno squalo? Se po' ffa. Rifiutare fama e ricchezza nello showbusiness? Non prendeteci in giro (almeno non voi: sceneggiatori, attori e producer di Hollywood).

Chiudo quindi con alcune parole di saggezza, parafrasando (nientemeno che) il Vangelo, con la celebre parabola del cammello e della cruna dell'ago:
"E' più facile che un Fonzie salti uno squalo che un ragazzo rifiuti un ingaggio a Hollywood". Amen.

Bad Sex & No City. La delusione di una telespettatrice a caccia di misteri

Ho appena visto il finale della stagione 3 di Desperate Housewives.
Dopo l'inondazione di sangue e la pioggia di cadaveri dei due precedenti episodi, a dir poco grandguignoleschi, a Fairview si registrava calma piatta.
Partiti Bree e Orson con il loro strascico di segreti, delitti, tentati stupri, la vita a Wisteria Lane scorreva tranquilla come in Sitcomland, tra appuntamenti, flirt, gelosie e - colpo di scena! - un'ernia del disco.
Sembrava di assistere a un Sex & the City suburbano, cioè con molto pudore e poca vita mondana... in pratica Little Sex & No City (o anche Bad Sex & No City, stando al primo fallimentare approccio tra Carlos e Edie).
Insomma, dopo l'overdose di sangue, un finale anemico. Si sentiva la mancanza dell'ineffabile coppietta Hodge.

Sono state poi introdotte le "grandi novità" della prossima stagione: Carlos e Edie mettono su famiglia (Carlos alle prese con una compagna sexy, egoista e promiscua... mmm, mi sembra di averlo già visto), Susan è fidanzata ma innamorata di Mike (idem),
Gabrielle esce con l'aspirante sindaco (ancora un déja-vu, stavolta da Sex & the City), Lynette gestisce la pizzeria con l'aiuto di un direttore sexy (bah?!).

Insomma, sembra che ancora una volta tutto il lavoro sporco toccherà a Bree e Orson: rimangono solo loro
a fornire agli spettatori in astinenza la giusta dose di mistero e morbosità. Ma in quale macabra, tragicomica vicenda potranno ancora essere coinvolti? Lei ha già sepolto due mariti. Tutta la famiglia di lui, amante compresa, è già stata sterminata. Scartando l'improbabile arrivo di una diabolica prozia o un bisnonno maniaco, cosa potrà ancora capitare all'inquietante coppia di nevrotici? Confidiamo nella loro lucida follia che li rende capaci di stravolgere anche le situazioni più banali e nella sfortuna che sembra perseguitarli: sono due personaggi che sanno come rovinarsi la vita. Per la gioia di noi spettatori.
Infine, riponiamo le nostre speranze anche nella signora McClusky, l'adorabile vecchietta con le pantofole ai piedi e il marito nel congelatore, stile Arsenico e vecchi merletti. L'ultima inquadratura della stagione ci lascia con questo classico ma promettente cliffhanger. Per fortuna,
a Wisteria Lane c'è ancora qualcuno con una storia da raccontare.

Risposte ai problemi della vita, # 11

"Certo che credo nel male, sono un'agente immobiliare!"

Edie Britt, Desperate Housewives

Buffy 4ever

Willow: “Happy hunting”.
Buffy: "Wish me monsters".



Pubblicato su Telefilm Magazine n° 36, gennaio 2008

E' il primo giorno di scuola, una soleggiata mattina d'autunno a Sunnydale, California, quando Buffy Summers impara dal bibliotecario una lezione che non potrà dimenticare, e scopre che da quel momento le si chiederà molto di più che non i compiti a casa e gli esercizi da cheerleader: lei è la cacciatrice prescelta per sconfiggere i demoni e le forze del male che minacciano l'umanità. Da quel momento, il suo mondo non sarà più lo stesso...
Neanche il mondo dei telefilm.

Nel corso delle 7 stagioni televisive, Buffy ha dimostrato a tutti che l'immaginario horror non è materiale per un ristretto gruppo di nerd ma è in grado di conquistare un pubblico vastissimo ed eterogeneo, con storie profonde, toccanti, inquietanti, divertenti.

Tra scontri, incantesimi, morti e risurrezioni, ci ha svelato che l'adolescenza non è un periodo dorato ma può essere un vero tunnel dell'orrore.

Ci ha insegnato, infine, che non sempre una bionda scappa gridando su per le scale davanti al pericolo, come negli stereotipi del film dell'orrore illustrati da Scream, ma può tenere a bada tutti i mostri del mondo. Di qualunque mondo.

Molti telefilm di oggi le sono debitrici. Molte storie non sarebbero state raccontate prima della serie di Joss Whedon. Diamo un'occhiata all'eredità lasciata dalla nostra Ammazzavampiri preferita nel piccolo schermo e non solo...



MONSTERS & CO.

Vampiri e fantasmi, angeli e demoni, visioni e premonizioni. Non si vedeva tanto horror dai tempi Christopher Lee e Bela Lugosi, dalla serie di film con La Mummia, Dracula e Frankestein coi bulloni in fronte e le scarpe ortopediche, per capirci. Negli ultimi tempi, il soprannaturale vive un nuovo periodo d'oro, soprattutto nel mondo dei telefilm. Da quando la nostra eroina di Sunnydale ci ha aperto le porte del Buffyverse, i palinsesti sono ormai invasi quotidianamente da oscure presenze. Per la gioia di noi telefili.

Ecco allora alcune serie che ci mostrano in una luce tutta nuova le cittadine della provincia americana, solo apparentemente tranquille e noiose: i cacciatori di Supernatural, sorta di road movie dell'orrore in cui i fratelli Winchester girano l'America per liberarla dai suoi demoni (ma diciamocelo, in due non hanno la metà della grinta della nostra biondina ammazzavampiri... senza offesa!); tra i campi di grano del Kansas, invece, il giovane Clark Kent deve vedersela ogni settimana con un nuovo mostro mutante che minaccia la sua Smallville.

Anche il poliziesco si macchia di soprannaturale con Allison DuBois, una Medium al servizio della legge: le sue allarmanti premonizioni, oltre a togliere il sonno al marito, sono in grado di dare una svolta decisiva alle indagini della squadra omicidi. Ma ci sono ancora altre donne alle prese con macabre visioni. C'è la protagonista di Tru Calling, interpretata nientemeno che da Eliza Dushku, la Faith di Buffy, una che di fantasmi se ne intende: Tru è una giovane medico che fa il turno di notte all'obitorio ed è in grado di sentire le richieste di aiuto di alcuni cadaveri; la giovane torna allora indietro nel tempo per rivivere il loro ultimo giorno di vita, cercando di cambiare il futuro e strapparli alla morte. C'è poi Melinda Gordon di Ghost whisperer, novella sposa con un dono tutto speciale: comunicare con le anime dei morti che non riescono ad abandonare la dimensione terrena a causa di questioni irrisolte con i loro cari; Melinda aiuterà vivi e morti a liberarsi da angoscie, sensi di colpa, cose non dette, permettendo ai primi di continuare serenamente le loro vite e ai secondi di ascendere finalmente al cielo.

Infine, direttamente dal Buffyverse, c'è lui, l'affascinante, indimenticabile Angel. Il vampiro tanto amato, a suo tempo, dalla cacciatrice, vive ora nella città degli angeli, L.A., dove conduce le sue indagini investigative... rigorosamente notturne. Con lui ritroviamo vecchie conoscenze di Sunnydale: Cordelia, Faith, Spike.

E lei, Buffy? Non è certo sparita dalla circolazione, le sue avventure proseguono, ma in un'altra dimensione.... quella del fumetto. La stagione 8 racconta, attraverso una trentina di albi, le cronache dell'esercito delle 500 cacciatrici attivate da Buffy nel finale della serie TV. La nostra ammazzavampiri, nel passaggio dallo schermo alla pagina, è comunque in buona compagnia: avevamo già ammirato le avventure a fumetti di Fray, cacciatrice nel Buffyverse del futuro, un'altra creatura del geniale Joss Whedon. Non solo: si è appena conclusa, dopo 9 anni, l'entusiasmante saga a fumetti di un'altra simpatica biondina d'assalto, una sentinella prescelta per scacciare demoni e mostri di ogni tipo che da altri mondi si riversano sulla terra. E' Gea, protagonista dell'omonimo fumetto di Luca Enoch edito da Bonelli, che ci trascina in un'epica battaglia tra forze del bene e del male, per il diritto a popolare il pianeta.

Ma l'eredità di Buffy non è solo questo, c'è molto di più...


LA RIVINCITA DELLE BIONDE

Con Buffy, la rivoluzione femminista arriva in TV e picchia duro, a colpi di kung fu e sortilegi. Perché Buffy è stato soprattutto uno show sul potere delle donne. Raramente si era visto un horror al femminile. O meglio, un horror al femminile in cui le protagoniste, urlando a squarciagola, non finissero tutte sbudellate da un maniaco assassino. Ma grazie a Buffy e Willow, le donne passano da vittime indifese a salvatrici del mondo.

L'ammazzavampiri ha fatto scuola... Un anno dopo arrivano le sorelle Halliwell di Streghe: anche Prue, Piper, Phoebe e Paige sono pronte a tutto per liberare il mondo dai demoni malefici, anche a morire... più volte! Oggi, poi, assistiamo a un vero e proprio boom del mistery soprannaturale al femminile. Medium, Ghost whisperer, Tru calling: le protagoniste sono tre eroine che mettono il loro sesto senso al servizio del prossimo. Allison Dubois, True Davies, Melinda Gordon sono donne responsabili, generose, coraggiose. E non hanno certo paura dei fantasmi! Così, dopo Samantha (Vita da strega) e Jeanny (Strega per amore), le streghette sexy e pasticcione degli anni '50, i cui poteri magici servivano solo a complicare la vita dei loro uomini, ecco finalmente delle donne in grado di controllare poteri magici, forze occulte, premonizioni. Per rendere questo mondo un posto migliore.

Ma, anche senza vampiri e demoni in vista, sappiamo riconoscere un'eroina della scuola di Buffy quando ce la troviamo davanti. E' un'altra liceale biondina di un altra ridente cittadina californiana, e anche lei ha un bel da fare a svelare misteri e sconfiggere il male, anche se questo assume le sembianze più prosaiche e banali di uomini d'affari, sceriffi, madri di famiglia e compagni di scuola. Stiamo parlando, ovviamente di Veronica Mars, una che ha la grinta e la determinazione di un'ammazzavampiri, che da sola sa tenere a bada bulli, bande di motociclisti e sceriffi arroganti. Anche lei deve fare i conti con la perdita di un genitore. Anche lei, come la nostra cacciatrice, è chiamata dalle circostanze a vivere una vita diversa da quella di tutti i suoi coetanei e compagni di scuola, un'adolescenza meno spensierata e leggera.


ADOLESCENZA DA PAURA

Perchè Buffy, non è stato solo un telefilm sui mostri, ma anche uno sguardo nuovo e originale al lato più mostruoso della vita... l'adolescenza. Quando ci sei dentro, l'adolescenza può essere un lungo film horror! Quello che ci ha raccontato Whedon in tutti questi anni, non è la saga di un'eroina con superpoteri, ma la storia di una ragazza che cresce e impara a prendere su di sé grandi responsabilità. Lo stesso vale per i suoi amici e alleati: oltre a combattere i vampiri, tutti i membri della Scooby Gang devono scontrarsi con i loro demoni interiori. Spesso le due cose coincidono: i loro antagonisti sono la metafora di un aspetto della vita che i ragazzi devono affrontare per crescere. La serie ha mostrato meglio di tanti teen drama quell'incubo che può essere l'adolescenza, con tutte le prove e i nemici da affrontare. Ma anche la forza dell'amicizia, la possibilità di cambiare, le scelte che faranno dei nostri eroi dei buoni adulti.

In questo senso, l'erede più prossimo di Buffy è Smallville: anche questo telefilm inizia con una prima stagione più semplice, organizzata secondo lo schema ricorrente del “mostro della settimana”, per poi diventare una complessa coming of age story, come dicono gli americani: la storia cioè di un ragazzo che cresce e delle scelte che deve affrontare per diventare grande, il tutto rimanendo fedele a se stesso e agendo per il bene della comunità. Come Buffy Summers, Clark Kent, è diverso da tutti i suoi coetanei, ha poteri speciali. Ma questi non semplificano la sua vita, anzi: con essi, come Spiderman sa bene, arrivano grandi responsabilità. Come gestirle, Clark lo imparerà giorno per giorno, crescendo. Così quello che alla fine lo rende un vero eroe, non sono le sue doti sovrumane, innate, ma quelle “semplicemente” umane, acquisite faticosamente grazie all'esperienza, le delusioni, gli scontri, l'amore, la scuola, la famiglia, gli amici. Sarà quest'adolescenza sofferta e movimentata a renderlo, da grande, Super.


SCELTI DAL DESTINO

Questo ci porta ad un altro punto che accomuna Buffy ad alcuni personaggi telefilmici di oggi: la predestinazione. Buffy scopre che il suo destino è quello di essere un ammazzavampiri. Con il tempo, e con molto spirito di sacrificio, arriverà ad accettare il ruolo che è stato scelto per lei: da quel momento non sarà più una teenager come le altre, ma una cacciatrice che si chiede se arriverà mai a festeggiare i 25 anni. Analogamente, i personaggi di Heroes sono strappati alle loro vite “normali” dall'inaspettata scoperta dei loro superpoteri. Non diversamente da Buffy, dal suo Osservatore Giles o da Harry Potter, “the chosen one”, questi personaggi ricevono una chiamata dal destino: non hanno scelto loro inizialmente una vita da eroi, ma sono stati scelti. Ora dovranno lasciarsi il vecchio mondo alle spalle, scoprire il motivo dei loro doni speciali, e compiere la missione cui sono stati chiamati: salvare il mondo. Così, non possiamo non pensare per un attimo alla nostra cacciatrice quando, nell'episodio pilota di Heroes, vediamo la bionda cheerleader, armata di coraggio e determinazione, buttarsi ripetutamente da un cavalcavia o lanciarsi in un incendio per testare i suoi nuovi misteriosi poteri... e scoprire così che da quel momento niente sarà più come prima.

Ma cè anche chi è stato scelto dal destino... per ribellarvisi contro: e Tru Davies cui è stato concesso il potere di cambiare il passato per strappare alcune persone alla morte. La ragazza dovrà scontrarsi con un altro agente del Fato, il collega Jack che invece si rifiuta di aiutare i defunti, sostenendo che i morti devono rimanere tali perché così è stato stabilito dall'alto. I due, quindi, sono i prescelti di due opposti Poteri che controllano il destino degli uomini. Ci sarebbe materiale per uno scontro epico tra entità primigenie soprannaturali, una guerra mitologica degna di Buffy e la sua Gang... ma purtroppo la Fox ha interrotto la serie prima del termine, privandoci dei suoi grandiosi sviluppi.



In conclusione, l'influenza del telefilm di Whedon sulla TV e i suoi legami con la cultura contemporanea sono ricchissimi, e vanno ben al di là di un fortunato spinoff, un sequel a fumetti e un gruppo di attori cult. Parliamo di storie di crescita e di morte, di mostri umani e uomini senz'anima, di eroi e nauralmente di eroine, di destino e di libero arbitrio, del lato oscuro della vita e dell'adolescenza.... Dobbiamo prenderne atto: molto di quello che vediamo in TV, e non solo, viene da lì, da quel luogo spaventoso ma appassionante, misterioso e divertente che abbiamo imparato ad amare: il Buffyverse. Da qualche parte deve esserci un portale...


Risposte ai problemi della vita, # 10

"The universe may not always play fare but, at least, it's got a hell of a sense of humor"

Carrie Bradshaw, Sex & the City

Baci telefilmici. Part # 2. C'è vita dopo il bacio? Scenari e fantascenari.

Questo nuovo capitolo dedicato ai baci telefilmici, nasce come risposta all'interessante commento di Yuza delle Nuvole sulla mia lista disordinata e alla sua divisione dei telefilm in due categorie a seconda della generosità con cui fanno baciare i loro protagonisti ... o, all'estremo opposto, del sadismo con cui li (ci) fanno attendere per lunghissime interminabili stagioni.


Ecco, io penso che, nei telefilm della 2° categoria, quelli basati sulla sadica attesa, il tanto agognato bacio dovrebbe arrivare nell'ultimo episodio e non un minuto prima. Perché sappiamo che da quel momento niente sarà più lo stesso. Se la serie sopravvive al bacio, le conseguenze possono essere disastrose. Per gli amanti o per gli spettatori. A volte per entrambi.

Scenario 1. E lo fecero felici e contenti: la serie perde la sua tensione sessuale e, con essa, ogni interesse. Vedi Moonlighting nella agonizzante fase post bacio che ha portato alla cancellazione dello show (tuttavia quelli che ricordano il primo appassionato, quasi violento, amplesso tra Bruce Willis e Cybill Shepard sostengono che ne è valsa comunque la pena).

Scenario 2. Il tira-e-molla: gli sceneggiatori sono costretti a inventare motivi sempre più complessi per separare nuovamente i due amanti e replicare in ogni stagione l'attesa del fatidico bacio. Vedi quegli sfigati di Sidney e Vaughn in Alias, stagioni 2 e 3.

Scenario 2bis. Il tira-e-molla isterico, brutta copia del precedente: gli sceneggiatori trovano solo motivi deboli e pretestuosi per separare i due innamorati, rendendo i personaggi nevrotici e insopportabili. Vedi gli investigatori amanti di Remington Steele.

Scenario 3. L'"imborghesimento": gli sceneggiatori si stufano di prolungare la fase tira-e-molla e lasciano gli amanti in una relazione così stabile, equilibrata e sincera che gli stessi due si chiedono se non sono diventati terribilmente noiosi. Vedi Sidney e Vaughn in Alias, stagione 4.

Scenario 4. L'esilio: la serie continua con successo. Ma senza i due amanti. La coppietta, ormai realizzata, va a vivere felice e contenta... il più lontano possibile. Vedi Dr. Ross e Carol di E.R.

Insomma, mi sembra chiaro che a nessuno interessa vedere i propri personaggi preferiti finalmente felici... per più della durata di un bacio. Dopo quel breve, intenso contatto, è necessario troncare immediatamente la serie... o la relazione.
Morale della favola: la felicità è noiosa. Quella degli altri, naturalmente.

...

Eccezione alla regola, un luogo mitico dove le coppiette felici sono le benvenute: Sitcomlandia. L'oasi televisiva degli amanti stabili, la riserva indiana delle relazioni durature e mai noiose. Con la condizione di non lesinare litigi, sotterfugi e bugie, per rompere la monotonia quotidiana.

Un momento, forse è lì che sono finiti il Dr. Ross e Carol, in una villetta suburbana con giardino, marmocchi petulanti e vicini strambi...

Forse è lì che dovrebbero trasferirsi tutti gli amanti telefilmici dopo quell'agognato bacio... La loro unica salvezza si chiama "sitcom".

In questo caso, a giudicare dalla casistica degli amanti qui sopra, da qualche parte in Sitcomlandia deve esserci un intero quartiere abitato solo da coppiette di investigatori privati e agenti segreti.
M
mm, interessante...
... può essere lo spunto per un folle
, grandioso, meta-spinoff?

Desperate Housewives. A volte ritornano.

Non so resistere al richiamo delle casalinghe disperate. E ogni riferimento alla mia vita personale di freelance casalinga con telelavoro è puramente casuale.
Ho guardato la prima stagione con un'eccitazione simile a quella provata nel leggere i primi Harry Potter: l'ansia e il piacere di svelare poco a poco il mistero sulla vita segreta dei vicini.
Mi sono divertita anche con la tanto criticata seconda stagione, non all'altezza della precedente ma così piena di trovate, per quanto tutte assurde e implausibili, da soddisfare il mio appettito serale di storie; ricordo con particolare piacere la caduta di Bree da casalinga perfetta ad alcolista assassina e madre snaturata... aaaah, cosa chiedere di più ad una serata davanti la TV?

Ora, questa terza stagione unisce i pregi delle due precedenti: c'è un giallo centrale intrigante, quello legato a Orson (decisamente più ambiguo e sottile di quello con lo scemo rinchiuso in cantina che faceva proprio horror di serie B) e c'è un'incredibile densità di storie. Solo che stavolta molte di queste storie si richiamano ad avvenimenti e personaggi della prima stagione, quindi non fanno l'effetto di proposte strampalate lanciate lì senza una linea coerente da sceneggiatori a corto id idee per rimpolpare il debole giallo principale.
Così, per la gioia dello spettatore fedele, ieri sera sono tornati nel microcosmo di Wisteria Lane l'inquietante Paul e l'imprevedibile Zack... Coerentemente, visto che i due episodi erano dedicati a un altro ritorno dal passato, quello della (ex?) moglie di Orson. Che, data per morta, sembra tornare dall'aldilà. Come l'ispirazione degli sceneggiatori.

Baci telefilmici memorabili. I ricordi di una telespettatrice frivola. Part # 1

A kiss is just a kiss...” sussurrava la mitica canzone del film Casablanca. Eppure alcuni baci non si dimenticano facilmente. Soprattutto quelli che si fanno aspettare... da migliaia di persone allo stesso tempo. Il bacio che ho in mente è stato il più atteso della TV USA e il più chiacchierato del web per mesi. Comprensibile, quando a baciarsi sono Courtney Cox e Jennifer Aniston. L'approccio tra le due è avvenuto nel tredicesimo e ultimo episodio di Dirt. Le due ex amiche sono in questo caso direttrici di due riviste concorrenti e il bacio è la dolce conclusione di un pranzo di lavoro.
Ma quello che era considerato il piatto forte (e piccante) della stagione telefilmica ci è stato servito sulle nostre TV una settimana fa... nella più totale indifferenza. Colpa di una collocazione nel palinsesto piuttosto infelice: il sabato sera.

Per rimediare, vi propongo un appetitoso assaggio dei baci telefilmici più memorabili. O almeno, di quelli che, per qualche strano motivo, si sono impressi nella mia mente malata...


IL PRIMO. Lisa e Nelson, I Simpson
L'amore è cieco, si sa... e a volte sa essere anche molto sadico! Lisa Simpson lo impara a sue spese quando si prende una cotta, la prima, per Nelson. La bella e la bestia in versione Springfield, la secchiona e il teppista. Lei, come ogni donna, cerca di cambiarlo. Ma alla fine sarà lui a cambiare lei. Lei gli spiega come deve comportarsi un bravo ragazzo. E lui la sistema con un bacio, il primo: “Almeno così sta zitta”. Mai visto niente di più romantico.


IL Più FATICOSO. Sidney e Vaughn, Alias
Le relazioni sul posto di lavoro sono spesso tenute nascoste ai colleghi. Ma quando lavori alla CIA e la tua ragazza fa il controspionaggio, non puoi assolutamente farti vedere in giro insieme a lei, da nessuno. Per questo Sidney e Vaughn, per 30 lunghissime puntate si incontrano in parchi, stazioni, garage e si parlano senza mai guardarsi in faccia, come due passanti capitati lì per caso. Hanno avuto già moltissimi di questi strani, appuntamenti quando finalmente nella seconda stagione i due si baciano. Per concedersi quel primo bacio hanno dovuto distruggere un'organizzazione criminale internazionale volta alla conquista del mondo. E pensare che a noi comuni mortali sarebbe bastata una cena e qualche bicchiere di vino!


IL Più VIOLENTO. Candy e Terence, Candy Candy
Scozia, estate. Riva di un lago pittoresco. Lui è bello e misterioso, ha un look anni '70, con i capelli lunghi e la camicia col collettone. Lei, beh... ha i codini. Sono Terence e Candy. Lui la bacia. Sospensione del tempo, effetti di luce e colori psichedelici. Poi il brusco risveglio. Lei gli da uno schiaffo: è una ragazza perbene. Lui ha la risposta pronta: glielo restituisce. Lei ha l'ultima parola: gliene da un altro. E' l'inizio di un grande amore.


IL Più DISGUSTOSO. Charlotte e un single di NY, Sex and the city
Charlotte non è nuova ai primi appuntamenti e sa che in questi casi si rischia grosso: non la vita... ma la dignità! Questa volta la sintonia con il nuovo partner sembra perfetta e tutto fila liscio, fino al momento del bacio. Se così possiamo chiamare le leccate che il giovanotto dispensa generosamente su mento e guance della poverina. Tutti pensiamo che Charlotte abbia un visino dolce, ma andiamo! L'unica consolazione è riderci su con le amiche il giorno dopo. E gettarsi lo spiacevole ricordo alle spalle con un bel Cosmopolitan.


IL Più HOLLYWOODIANO. Izzie e Karev, Grey's Anatomy
Cosa vuol dire se mentre siete al bar a bere una birra con gli amici arriva l'uomo che vi fa battere il cuore, vi prende tra le braccia e vi bacia con passione, con tanto di casquet? Che avete visto troppi film e ora siete persi nei vostri sogni più segreti e fuori moda. O che avete bevuto qualche pinta di troppo. Oppure che siete i personaggi del serial medico più seguito del momento. Sembra impossibile tanto romanticismo dopo una giornata piena di sangue, malattie e morte. O forse è proprio questo che spinge a vivere intensamente. Quando Karev afferra Izzie e la bacia non sappiamo ancora degli innumerevoli, sfiancanti tira-e-molla a venire tra i due nel corso della serie che ci faranno rimpiangere (o maledire) questo momento. Così ci godiamo una meritata pausa tra una lagna di Meredith e un'amputazione con questo classico, anche se provvisorio, lieto fine hollywoodiano.


TO BE CONTINUED...