L'invocazione della telespettatrice in astinenza da sitcom. Parte 2

Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. Charlie Chaplin

Ridatemi qualcosa che faccia ridere, ridatemi le commedie.

Ridatemi i salotti, così familiari, delle sitcom in cui personaggi riescono sempre a fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, mentendo in modo compulsivo per rimediare al loro errore, e poi continuando a mentire per coprire la bugia precedente, in un esilarante crescendo di assurdità che ci fa ridere e vergognare per loro allo stesso tempo (e dimenticare quelle insopportabili risate registrate).


Ridatemi J.D. di Scrubs, un medico che ha anche una vita privata, un mondo immaginario, un padre e un fratello che lo vanno a trovare e conosce tutti i telefilm degli anni '70.


Ridatemi Sex and the city in cui, sebbene tutte e quattro le protagoniste abbiano un impiego, la parte più interessante della loro vita si svolge altrove, a casa, al ristorante, in strada, tra le lenzuola, e non dobbiamo, se non occasionalmente, sorbirci i loro problemi sul lavoro.


Ridatemi i Jefferson e il loro sarcasmo, per trattare in modo diverso razzismo, pregiudizi e conflitti di classe.


Ridatemi gli Innamorati pazzi Paul & Jaime e Dharma & Greg, e i loro adorabili folli suoceri: tutte coppie litigiose e stranamente assortite ma irrimediabilmente felici.


Ridatemi Arrested Development, forse la migliore sitcom mai scritta, sicuramente la peggiore famiglia televisiva mai vista, per ridere di conflitti edipici e guai giudiziari, di dipendenza da psicofarmaci e dell'embargo in Iraq e rivalutare tra le risate i propri familiari.


Ridatemi Seinfeld che con i suoi amici parla di Pez Dispenser, donne con le mani da uomo, uomini che si mettono le dita nel naso, di quanto la parte superiore dei muffin sia più buona della base, di quanto tempo sia possibile resistere senza masturbarsi... e di quanto sarebbe bella una sitcom che parlasse di argomenti così superflui.

To be continued...

Non c'è niente da ridere. L'invettiva di una telespettatrice in astinenza da sitcom. Parte 1

Nessuno è mai morto dal ridere”. Max Beerbohm

Sono stufa di guardare ragazzi trapassati da parte a parte da alberi o pali della luce, medici che dicono con aria grave “abbiamo fatto il possibile per suo figlio, ma non c'è stato niente da fare”, interminabili piani sequenza su genitori che si struggono dal dolore.


Sono stufa di sorbirmi delitti sempre più morbosi e splatter, poliziotti sempre più noiosi e monolitici, con le loro squadra ultraspecializzate in cui ognuno ha una competenza specifica ma nessuno ha una personalità propria.


Sono stufa di vedere creature mitologiche mezzi poliziotti mezzi medici, con l'insostenibile pesantezza dell'essere e la mancanza di ironia d'entrambi, sempre intenti a dissezionare cadaveri e raschiare ossa, impassibili davanti a corpi liquefatti e topi che escono dalle budella.


Sono arcistufa di vedere personaggi a una dimensione, medici e poliziotti che vivono solo per il lavoro, si accoppiano solo con i colleghi, parlano solo di lavoro e dei colleghi con cui si accoppiano (perché evidentemente non sono mai stati al cinema, a ballare con gli amici, in vacanza), sono egocentrici e stressati come se ogni giorno spettasse a loro salvare il mondo, e soprattutto si prendono sempre così maledettamente sul serio.

C'è troppa serietà in TV ultimamente. La serietà è sopravvalutata.

To be continued...

Risposte ai problemi della vita, # 21

"I can't decide which is riskier: taking crazy risks, or taking advice on crazy risks from a crazy risk taker".

Gregory House, House

"I see dead people" ovvero Amore o Tumore II - la Vendetta


Amore o tumore? This is the question.
Again.

L'amletico interrogativo che aveva già allietato due indimenticabili episodi di Grey's anatomy è diventato ora il fulcro dell'intera quinta stagione. Perché non sfruttare al massimo uno spunto così piacevole? devono essersi chiesti gli sceneggiatori.

Amore o tumore, dunque.
E quello che ci chiediamo davanti alle allucinazioni di Izzie: la dottoressa Stevens non solo vede ovunque il suo defunto fidanzato, ma si intrattiene con lui in quotidiane conversazioni e bollenti notti. Un caso di estremo stress post traumatico o qualcosa di più grave? Ha le visioni perché è ancora innamorata di Dennis o perché ha un tumore al cervello?

La risposta dipenderà, suppongo dal rinnovo del contratto dell'attrice. Se Katherine Heigl ottiene l'aumento, è amore. Se riceve un'offerta migliore, è tumore.

In entrambi i casi sarà una lagna. Nel consueto stile Izzie Stevens.


Si affaccia anche una terza possibilità: la Heigl ottiene tutto, l'aumento e uno spinoff tutto suo, da protagonista.
Per lanciarlo, un bel (si fa per dire) crossover con Ghost Whisper. Già me lo immagino: in un lacrimosissimo doppio episodio, l'altrettanto lagnosa Melinda aiutera la nostra beniamina a liberarsi del suo fantasma. Ma solo dopo una gioiosa uscita a quattro con i loro fidanzati morti.
Dopodiché Izzie sarà matura per avviare un'attività paranormale tutta sua... all'interno del Seattle Grace! Quale posto migliore di un ospedale per avvistare fantasmi?

Tutti i pazienti che i suoi colleghi non riusciranno a salvare, passeranno nelle cure post mortem di di Izzie che con la sua sensibilità li aiuterà a trovare la strada per l'aldilà.

Titolo provvisorio dello spinoff: Grace Whisperer.

O è meglio Ghost anatomy?

Vivere e, soprattutto, morire, poco a poco, a Los Angeles


"Specialissimo, imperdibile, eccezziunale crossover Grey's Anatomy/Private Practice!" annunciava il messaggio pubblicitario alla fine dell ultimo episodio di Grey's anatomy. Ora, tanto incredibile non mi sembra visto che il secondo telefilm e' uno spinoff del primo. Non e' che stiamo parlando di Magnum P.I. che incontra la Signora Fletcher (e' successo!) o di Maciste contro Dracula (e' successo?).


Comunque, per l'occasione, ho deciso di infrangere il mio proponimento di molti mesi fa e tornare a vedere per una volta Private Practice. Dopo poci minuti mi sono ricordata del perche' avevo preso quella sana decisione: è un telefilm noioso. E, di fondo, molto squallido.

Deve essere per l'odore acre della sfiga che aleggia su tutti i protagonisti.
Persistente come la cappa di smog sul cielo di Los Angeles.


Non che i loro colleghi del Grace Hospital siano la personificazione della gioia di vivere, anzi... diaciamolo, sono una massa di frustrati: gente sola, senza alcun amico al di fuori dell ospedale, che si relaziona con i familiari solo quando questi finiscono, appunto, in ospedale (e poi, spesso, al cimitero), tutti con una rara collezione di storie sentimentali naufragate e un assortimento incredibile di turbe mentali, accomunati però da un inflessibile stakanovismo calvinista.

Eppure, nonostante tutto questo, sono affezionata ad ognuno di loro. Continuo, mio malgrado, ad appassionarmi alle loro vicende. E' forse qualcosa di morboso e malato che mi attrae, ma si tratta nondimeno di un'attrazione irresistibile, un vizio che crea dipendenza.
Insomma, il telefilm funziona.


Ma con Addison & Co. e' tutta un'altra storia... I protagonisti sono altrattanto sfigati degli allegri chirurghi di Seattle, ma lo sono in modo cosi' poco interessante!
La serie e' forse troppo realistica nel ritrarre la vita di questi quarantenni single, vedovi o divorziati, che lavorano in un banalissimo studio medico con tutti i banalissimi problemi di gestione connessi. Non sembrano avere grandi sogni, ne' molta speranza. La loro vita sembra gia' finita da tempo, prima dell'inizio del telefilm, con il divorzio o la morte del coniuge.
Sono un po' come i vecchietti che vanno ad appassire al caldo della Florida. O come gli immigrati di LA descritti da John Fante : "disperati che vengono a morire al sole".
Ed e' una lenta agonia.

Occhio alla penna! Max Mutchnick & David Kohan

Pubblicato su telefilm magazine n° 50, aprile 2009, rubrica "Occhio alla penna"

"Autori si nasce o si diventa? Max Mutchnick e David Kohan la scrittura sembrano avercela nel sangue: la mamma di Mutchnick è autrice di libri per bambini e produttrice per la Paramount; Kohan è figlio di un premiato sceneggiatore televisivo e di una romanziera, nonché fratello della futura creatrice di Weeds.

Amici d’infanzia conosciutisi sui banchi dell’esclusiva Beverly High, i due iniziano il loro sodalizio artistico nel '91 e da allora scrivono sempre insieme. La loro specialità è la sitcom che amano “perché dopo 2 sole settimane vedi già i frutti del tuo lavoro”. Il loro punto di forza è l’amicizia: Max e David traggono ispirazione e solidità dal loro vissuto comune. “La nostra relazione è come un matrimonio” spiega Mutchnick “nel senso che finiamo l'uno le frasi dell'altro e che non facciamo sesso”.

Il primo progetto personale, Boston Common (1996), è basato sugli anni passati insieme al college. I protagonisti di Will e Grace (1998-2006) sono modellati su Max stesso, gay dichiarato, e sulla sua migliore amica Janet, altra compagna di liceo dei due. Lo spunto autobiografico aiuta a dar vita a eroi che vanno oltre gli stereotipi e il risultato si vede: per la prima volta personaggi omosessuali conquistano il grande pubblico. La serie ottiene ben 73 nomination agli Emmy e ne vince 14.

La loro prossima sitcom parlerà di due affiatati colleghi che lavorano per la TV, uno etero, l'altro gay... vi ricorda qualcuno?

Occhio alla penna! Craig Wright

Pubblicato su Telefilm Magazine n° 49, marzo 2009, rubrica "Occhio alla penna"

Già prolifico e pluripremiato drammaturgo, Craig Wright è diventato uno dei nomi di punta della sceneggiatura televisiva lasciando la sua impronta inconfondibile in Six feet under, Lost, Brothers & sisters e, infine, Dirty sexy money, sua creazione originale.

La formazione di Wright è significativa quanto singolare: a 28 anni, deluso dalla cancellazione all’ultimo minuto di una sua pièce teatrale, cerca qualcosa di meno effimero cui dedicare le sue energie ed entra in seminario. Abbandona pochi anni dopo la vita religiosa, sull’onda del successo ottenuto nel frattempo dai suoi lavori. Ma spiega che pastori e sceneggiatori non hanno poi due vocazioni così differenti: entrambi cercano modi nuovi per porre domande antiche. Wright diffida delle religioni e dell’arte che offrono risposte.

I suoi script ruotano sempre attorno a quesiti etici ed esistenziali ed evitano ogni semplificazione e stereotipo. I suoi interrogativi risultano appassionanti e coinvolgenti: sono parte integrante delle vicende dei personaggi e risuonano nella vita degli spettatori.

La famiglia Fisher, Brenda, l’avvocato a un bivio, i naufraghi dell’isola misteriosa, i Walker e a modo loro anche i Darling: tutte le creature di Wright sono, in fondo, “lost”, alla ricerca di se stesse. Si chiedono cosa vogliono veramente e cosa sono disposte a perdere per raggiungerlo. Di episodio in episodio, tentano di dare una risposta alla grande domanda: quale è il significato della vita?


Risposte ai problemi della vita, # 20

"Se tutti decidessimo di trasferirci nelle nostre località di vacanza preferite, il mondo intero abiterebbe alle Hawaii, in Italia o a Cleveland"

Floyd, detto Floydster,
30 Rock

Poliziotti su marte. Riflessioni di una telespettatrice nostalgica


Guardare Life on Mars è un po' come rivedere Starsky & Hutch. E non solo per le auto color ruggine e i colletti a punta.
LOM Riporta alla mente ricordi sbiaditi (o arrugginiti ha-ha) di telefilm in cui i poliziotti indagavano, pedinavano, inseguivano, interrogavano e alla fine acciuffavano il colpevole grazie al loro intuito.
Telefilm in cui i poliziotti non erano scienziati, patologi, psichiatri, ematologi, geni matematici, medium o serial killer (!) ma soltanto, appunto, poliziotti. Una condizione un tempo sufficiente a garantire, da sola, la soluzione del caso e l'ammirazione degli spettatori.
Poi sono arrivati Horatio Caine, Jason Gideon, Charles Eppes, Allison DuBois...

Ma grazie a Life on Mars, sappiamo che è ancora possibile per un cop show uscire dalla logica dell'iperspecializzazione o da quella del freak show...
... a patto di viaggiare indietro nel tempo di 30 anni!
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Eh sì, niente si abbina al fiuto poliziesco meglio dei pantaloni a zampa.
Il misterioso viaggio temporale dell'ispettore Tyler è l'escamotage per riproporre, oggi, in modo credibile, un tipo di poliziotto anacronistico. Uno che sa fare a meno di analisi del DNA, database onniscenti, telecamere a circuito chiuso e sofisticati corsi di specializzazione. Diamine, Sam Tyler e Gene Hunt non possono contare neanche sul computer!
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Finora solo Walker Texas Ranger aveva osato tanto.
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(... ma senza bisogno di viaggiare nel tempo. Perché Chuck Norris può fermare il tempo. O meglio, come tutti sanno: è il tempo che, quando vede Chuck Norris, preferisce fermarsi)

Erano tutti happy days... Luk è alla radio con i telefilm della nostra infanzia


Tutti quelli che sono cresciuti davanti ai telefilm...
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Quelli che hanno imparato il codice della strada con i CHIPS,
e hanno ricevuto la loro educazione sessuale da 3 cuori in affitto
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Quelli che imitavano la camminata di George Jefferson
i gesti cool di Fonzie
il saluto di Mork
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Quelli che sognando Hazzard hanno provato a entrare nell'auto dei genitori passando dal finestrino
e ogni tanto provano ancora a cambiare la realtà incrociando le braccia e sbattendo le palpebre come Jeannie
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... tutti quelli, insomma, che quando nessuno li guarda corrono ad abbracciare il televisore come Homer
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ora possono risvegliare gli happy days della loro infanzia teledipendente ascoltando riflessioni e ricordi della sottoscritta in un programma dedicato ai telefilm più memorabili degli anni '70 e '80: è "Va ora in onda", ogni giovedì mattina sulla Radio Svizzera.
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La voce flautata che interloquisce con me è quella di Elisa Manca, telefila doc, che non ringrazierò mai abbastanza per la sua bella iniziativa e per aver pensato a me.

Ecco il link per il podcast:
http://www.rsi.ch/podcast/

Buon ascolto!
E nano nano a tutti ;-)

Risposte ai problemi della vita, # 19

"E' strano vedere una tua creatura che si aggira per il mondo. Una versione mutante di te stesso, senza controllo e pronta a distruggere tutto quello che incontra. Mi chiedo se è così che si sente un genitore".

Dexter Morgan, Dexter

Girl Power. Sfida immaginaria tra Lena Headley e Tina Fey



Pubblicato su Telefilm Magazine n° 48, febbraio 2009


Sono due tipe toste, tenaci.
Si sono cimentate in settori tradizionalmente riservati agli uomini, e ne sono uscite vincitrici.
Sono due bellissime donne, ma quando sono in azione non è la prima cosa che si nota di loro.
Una è tatuata come uno scaricatore di porto tailandese, l'altra, per esigenze di copione, è nascosta dentro orribili golf sformati.
Sono Lena Headley e Tina Fey, le due attrici più originali del momento.

Una tira di boxe, cavalca e scocca frecce con l’arco come un’amazzone; ha fatto di esplosioni, inseguimenti, lanciarazzi e scazzottate il suo pane quotidiano.
L’altra ha raccolto sfide altrettanto dure, riuscendo dove grandi uomini hanno fallito: strappare ai telespettatori mezz’ora di risate ogni settimana.

Lena si è imposta all'attenzione del pubblico interpretando la regina Gorgo in 300, unica, magnetica presenza femminile in un film tutto al testosterone.

Tina ha imparato l'arte della risata dai più grandi comici americani ed è diventata la prima, e tuttora l'unica, head writer donna del Saturday Night Live.
Ora sono le protagoniste di due telefilm seguitissimi.


Lena Headley è Sarah Connor nello show TV tratto dalla saga di Terminator: un personaggio di grande forza e carattere, un mito degli anni '80, uno dei primi esemplari di eroine femminili di film d'azione. Una donna dal carattere di ferro e dai muscoli d'acciaio. Perfettamente a suo agio con un mitra sotto il braccio. Una madre coraggio pronta a tutto per salvare il figlio da cui dipendono le sorti del mondo. L'attrice inglese lo interpreta con talento, passione e la grinta che si addice a un'eroina così speciale. Ma soprattutto con il coraggio di chi osa affrontare nemici più temibili degli endoscheletri... loro sono spietati, non si fermano davanti a nulla: sono i fan della saga cinematografica e sono pronti a uccidere chiunque “profani” il personaggio reso grande da Linda Hamilton.


Tina Fey è Liz Lemon, antieroina di 30 rock, lo show da lei stessa creato. Liz è un personaggio autobiografico, la geniale e nevrotica head writer di un comedy show televisivo. Ogni giorno deve affrontare un capo imprevedibile e un team di scrittori infantili e strafottenti. Un ambiente in cui l’umorismo è tagliente e non risparmia nessuno: “Per far ridere il pubblico, vesti un uomo da vecchietta e lo fai cadere giù dalle scale; per far ridere un commediografo, fai cadere una vera vecchietta giù dalle scale”. Anche lei è l'unica donna in mezzo a tanti uomini, ma Tina-Liz ha qualcosa che la avvicina ai suoi colleghi maschi, qualcosa che trascende il genere: è una nerd come loro. Un tipo cervellotico e fuori moda. E con un senso dell'umorismo micidiale. Questa è la sua unica arma. Magari non basterebbe contro un Terminator, ma può essere molto potente... chiedetelo a Sarah Palin, ex candidata alla vicepresidenza americana, l'ultimo bersaglio delle sue esilaranti imitazioni. Tina è anche un'autrice e questo le dà sicuramente un vantaggio: si scrive da sola le sceneggiature e non deve faticare ad afferrare tutti quegli assurdi paradossi temporali che tormentano la Headley!


Insomma, stiamo parlando di due attrici fuori dal comune, due dive che non hanno paura di andare controcorrente rispetto ai canoni hollywoodiani per dare prova delle loro capacità e del loro speciale talento. Perché Lena e Tina sono in missione per conto di Dio. Lena nei panni di Sarah Connor ha un compito ambizioso davanti a sé: salvare il mondo dai Terminator. Tina alias Liz Lemon la sua missione impossibile l'ha già compiuta: ha salvato la sitcom. Per questo sarà sempre la mia eroina.

Risposte ai problemi della vita, # 18

"Non bevo nei giorni di festa. E' da dilettanti!"

Karen Walker, Will & Grace

Occhio alla penna! Tom Kapinos

Pubblicato su telefilm Magazine n° 48, febbraio 2009, rubrica "Occhio alla penna".

Nel 2007 un nuovo nome si è aggiunto all’olimpo dei creatori di telefilm: è Tom Kapinos, il giovane autore di Californication.

La sua serie parte da uno spunto autobiografico e nasce dal bisogno di raccontare il suo rapporto di amore e odio con Hollywood. Il modo migliore per conoscere Tom Kapinos è, allora, attraverso il suo alter ego Hank Moody, lo scrittore protagonista di Californication. Un personaggio creato a sua immagine e somiglianza, identico a lui in tutto… a parte la vita sessuale: quella, ammette Tom, è solo una proiezione delle sue fantasie più selvagge.

Hank è un romanziere di talento che lascia la Grande Mela per seguire il richiamo di Hollywood. Quando il suo libro diventa un insulso, zuccheroso ma popolarissimo film, Hank ottiene il successo che sognava, ma per il motivo sbagliato. Precipita quindi in una spirale d’insoddisfazione e cinismo. Una situazione che rispecchia il vissuto di Kapinos: anche a lui la città degli angeli ha stravolto la vita. Arrivato da New York con grandi ambizioni, entra poco dopo nel team di Dawson Creek. Un debutto folgorante, ma lo show è agli antipodi della sua sensibilità e Tom si adegua con una certa sofferenza. Di qui l’ambiguo rapporto con LA, ben illustrato attraverso il suo doppio. L’odio viscerale per una città falsa e superficiale coesiste con il fascino del mito tutto americano dell’andare a ovest per cercare fortuna. Tom ed Hank l’hanno trovata. Ed è la loro condanna. Come Hank, Tom non sa resistere al canto delle sirene di Hollywood. Accetta soldi e fama, ma finisce per odiare se stesso. La situazione di stallo in cui si dibatte Hank nel telefilm riecheggia allora la crisi creativa attraversata dallo sceneggiatore dopo Dawson.

Finché, per esorcizzare i suoi demoni, Tom inizia a comporre uno script su un romanziere col blocco creativo. Sta infrangendo una vecchia regola: mai scrivere di scrittori, meno che mai di scrittori in crisi. Ma a Tom non importa. E’ solo un esercizio per riprendere il ritmo. Già che c’è, si diverte a infrangere altre regole, inserendo, nei primi 2 minuti, una scena di sesso orale in chiesa con una suora. Ci prende gusto e decide che quello script convincerà tutti che lui non è più il tipo alla Dawson Creek. Vuole dare una svolta alla sua carriera e Californication è il suo biglietto da visita. Inaspettatamente, Showtime si dichiara interessata a trarne davvero una serie. Le tribolazioni di Tom Kapinos sono finite. Iniziano quelle di Hank Moody.

“Quando guardi dentro te stesso e scrivi qualcosa di veramente personale” spiega Kapinos “qualcosa che solo tu potevi scrivere, il resto del mondo lo sente”.

Pro Whedon. La parola alla difesa


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 47, gennaio 2009, a conclusione del lungo dibattito su meriti e demeriti di Joss Whedon promosso dai lettori della rivista

Signori della Giuria, sono state dette molte cose contro mio cliente, tirando in ballo la scarsa riuscita del suo primo film e gli ascolti non sempre alti delle sue serie.

Ma un autore non si giudica dalla sua opera peggiore, altrimenti Steaven Spielberg sarebbe solo il mediocre regista di AI. Un autore non si giudica neanche dal calcolo matematico di successi e insuccessi, altrimenti Orson Welles sarebbe semplicemente un fallito.
Un autore, Signori, vale quanto quello che ha lasciato nell'immaginario collettivo. Per questo, Spielberg sarà sempre ricordato come il geniale papà di ET e Indiana Jones, Welles come l'inventore di Citizen Kane e il nostro Joss Whedon come il creatore del Buffyverse.


Whedon ha saputo costruire un mondo ricco di personaggi sfaccettati e in continua evoluzione, legati da relazioni profonde e mutevoli, in cui i confini tra bene e male non sono invalicabili. Un mondo complesso e coerente, capace di vivere anche senza la sua eroina e di migrare in altri media.
Ha creato una protagonista femminile forte, allontanandosi dagli stereotipi sessisti ancora diffusi in cinema e TV, soprattutto nell'horror.
Buffy e il suo mondo hanno conquistato milioni di fan e, come Harry Potter, non saranno dimenticati ora che si è conclusa la loro saga.

Anche perché lasciano un'importante eredità: il rinnovamento dei generi horror e teendrama. Come e più di Kevin Williamson con Scream e Dawson creek, Whedon ha creato l'horror postmoderno e il teendrama postmoderno, uniti in un unico telefilm.

Per questo, Signori della giuria, chiedo di prosciogliere il Signor Whedon da ogni accusa.

Occhio alla penna! Alan Ball


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 47, gennaio 2009, rubrica "Occhio alla penna"

Dalla sitcom all’Oscar, dal dramma familiare all'horror, la carriera di Alan Ball è eclettica e imprevedibile. Le sue scelte, come le sue storie, rispecchiano “la complessità della vita” che Ball si ostina a rappresentare all’interno di “un’industria culturale che tende alla semplificazione”.

Laureato in teatro, Ball sogna Broadway ma finisce a Hollywood. Un producer, colpito dai suoi lavori per la scena off di NY, gli propone di scrivere per la TV. E' così che Alan diventa sceneggiatore di sitcom. Scrive per Grace under fire (1994-95) e Cybill (1996–98). Crea Oh, grow up (1999), ispirata ai suoi trascorsi da commediografo squattrinato in uno sgangherato appartamento condiviso di Brooklyn; la sitcom però ha bassi ascolti ed è cancellata a metà stagione.

Quattro anni e molti episodi dopo, Alan è uno scrittore frustrato dalla routine, dai limiti del format, dalla mancanza di controllo sui suoi testi. Si sente “un operaio della sceneggiatura” e ha bisogno di nuovi stimoli.

Punta al cinema e ritrova la passione: scrive ogni notte, dopo il lavoro da “operaio”, una storia in cui sfoga attraverso il protagonista tutta la sua frustrazione. E' American beauty (1999) che diventa un film di successo e lo ripaga con un Oscar per la sceneggiatura.

Grazie a HBO e alla sua tradizione di qualità, Alan si riconcilia con la TV. Scrive, produce e spesso dirige Six feet under (2001-05), dramma corale sulle vicende di una famiglia proprietaria di un'impresa di pompe funebri. Lo show va avanti per 5 stagioni, vince 6 Emmy e 2 Golden Globe, lanciando gli attori protagonisti e la carriera di regista di Ball, più volte premiato per la sua direzione. Infine nel 2008 crea l'accattivante True blood, serial sexy e sanguinoso tratto da una serie di romanzi sui vampiri.

Al centro dei due macabri telefilm, seppur esplorato da angolazioni diversissime, è il rapporto dei personaggi con la morte. L’ossessione dell’autore ha radici profonde: da bambino Alan ha visto morire la sorella in un incidente d'auto. Da allora, spiega, la morte è una presenza costante nella sua vita, lo accompagna in ogni stanza. E in ogni sua creazione.

Il suo approccio alla scrittura è istintivo. Dotato di un innato senso della struttura, Ball lascia che la trama si sveli a lui poco a poco, accogliendo via via le intuizioni che sente più efficaci. Non delinea a priori l'outline della stagione o le modifiche ai romanzi. Sarebbe un limite al “viaggio di scoperta” che è imprevedibile ed è “l’aspetto più emozionante del processo di scrittura”. Lo svelarsi della storia è un'esperienza quasi mistica.

Occhio alla penna! Tina Fey


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 46, dicembre 2008, rubrica "Occhio alla penna"

Scrive, recita, produce. Dalla sua fantasia sono nati sketch, film, telefilm. Tutti all'insegna della risata. E' una delle poche donne a cimentarsi in un terreno di gioco prevalentemente maschile: la comicità. Parliamo di Tina Fey, trentottenne regina della commedia televisiva made in USA e trionfatrice degli ultimi Emmy e Golden Globe.

Tina ha ben chiaro fin da adolescente qual'è il suo talento: lo humour. Così, studia recitazione e si trasferisce a Chicago determinata a lavorare in Second City, vera istituzione della comicità americana; lì hanno iniziato i più grandi, da John Belushi a Bill Murray a Steve Carell. Missione compiuta: dopo un anno di apprendistato intensivo, la giovane Tina entra a far parte dello show e vi recita dal '94 al '97. Alla scuola di Second City impara l'improvvisazione ovvero l'arte di coniugare attore e autore nella medesima persona. Scopre così di avere una marcia in più: la scrittura.

Debutta nel cinema scrivendo la sceneggiatura di Mean girls (2004), la commedia che fa di Lindsay Loahn una star.

Come per molti suoi celebri predecessori, lo show di Chicago si rivela un trampolino di lancio per il più popolare Saturday Night Life. Tina vi entra in veste di sceneggiatrice. Dopo due anni diventa head writer nonché parte del cast. E' la prima donna a ricoprire questo ruolo e grazie a lei il programma rinasce dopo un lungo periodo di decadenza.

Nel 2005 diventa mamma ma dopo appena un mese torna a lavorare ai suoi sketch perché ha “un contratto da rispettare con la NBC mentre con la bambina c'è solo un accordo verbale”. E poi commedia e maternità si somigliano: “entrambe prevedono un travaglio doloroso per arrivare a un sollievo finale”.

L'anno dopo crea per la stessa rete 30 Rock (2006-08), una sitcom basata proprio sulle sue precedenti esperienze televisive. La protagonista, interpretata dalla stessa Tina, è l'head writer di un TV show della NBC, alle prese con un boss invadente (Alec Baldwin), un cast capriccioso e uno strambo team di scrittori. 30 Rock è accolta con entusiasmo dalla critica, colleziona premi, ma non ottiene mai grandi risultati di ascolto. Nel ritirare l'ennesimo Emmy, l'autrice ringrazia ironicamente “le dozzine e dozzine di fan dello show”. Che resiste tuttora in onda alla sua 3° stagione.

Il grande pubblico arriva per Tina durante gli ultimi mesi della campagna presidenziale del 2008: tornata per l'occasione a collaborare con i vecchi amici del SNL, allieta mezza America con le sue esilaranti imitazioni della repubblicana Sarah Palin.

Risposte ai problemi della vita, # 17

"Le persone odiano le persone che hanno teorie sulle persone".

Gregory House, House

Occhio alla penna! Bryan Fuller



Pubblicato su Telefilm Magazine n° 44, ottobre 2008, rubrica "Occhio alla penna"


La carriera di sceneggiatore di Bryan Fuller è casuale quanto folgorante e il suo nome è associato a molte serie cult degli ultimi anni. Per la geniale creatività, la predilezione per il fantastico, la personalissima poetica, è visto da alcuni come il nuovo Joss Whedon.


Fan accanito di Star Trek, un bel giorno si rende conto di averne afferrato i meccanismi narrativi e invia uno spec script alla produzione. Il suo primo tentativo è apprezzato e il giovane Bryan è chiamato a scrivere per Deep Space 9 e Voyager, suoi miti di sempre. E' il 1997: alla scuola di Star Trek, Fuller impara i trucchi del mestiere. Poi procede per la sua strada.

Da suoi concept originali nascono Dead like me (2003-04), Wonderfalls (2004), Pushing daisies (2007). Scrive il TV movie di Carrie (2002), dal bestseller di Stephen King. E' executive producer e sceneggiatore del pilot di The amazing screw-on head (2006), progetto di serie d'animazione tratta dal fumetto di Mike Mignola, e della stagione 1 di Heroes (2006-07), per cui si prende carico del personaggio di Claire, la cheerleader.


Un'originalissima vena macabra distingue tutte le creazioni di Fuller. I protagonisti dei suoi show sono per lo più... morti. Sono tornati magicamente in vita, o incaricati di traghettare le anime dei morituri, o zombie; non a caso la sua casa di produzione si chiama The Living Dead Guy. Temi ricorrenti sono gli interrogativi filosofici sulla vita dopo la morte e sul destino di ognuno nell'universo, uniti a una forte spiritualità, il tutto sempre condito da irresistibile humour nero.

La sua carriera è costellata da aspre battaglie con i network. Si batte contro i bassi budget a disposizione e, gay dichiarato, contro i pregiudizi dei vertici che l'ostacolano nella rappresentazione dell'omosessualità. Poco incline al compromesso, abbandona Dead a metà della 1° stagione (nelle successive il personaggio gay diventa etero), mentre Wonderfalls riceve un prematuro stop dopo solo 5 episodi, anche a causa di una controversa scena d'amore lesbo (esce in DVD ridimensionato a miniserie in 13 capitoli). Fuller non lascia invece Heroes, anche se viene tagliata la parte in cui Zach rivela la sua omosessualità.

Finalmente il favore del pubblico e il riconoscimento della critica si uniscono alla piena libertà creativa con Pushing Daisies, nominato a 12 Emmy e ora alla 2° stagione. Qui i temi a lui più cari si mescolano a un'innocente vena romantica, enfatizzata dagli iperrealisti décor anni '50, dando vita a un inedito, fiabesco connubio di eros e thanathos.



Always look at the bright side of life...


Se non avete visto gli ultimi episodi di Grey's Anatomy e siete ancora preda dell'angoscioso, amletico interrogativo "Amore o Tumore?", potete state tranquilli. Jack era veramente innamorato di Mary. Non la ha sposata solo perché la malattia ha modificato il suo comportamento.

Ebbene si: era amore, non tumore.
Ma poi lui muore.
E' l'ottimismo stile Grey's anatomy.

Mi ricorda una vecchia vignetta di Matt Groening:
"Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?"
"Mezzo pieno. Ma c'è una mosca dentro".


La Vita Noiosa di una Teenager Americana


La vita segreta di una tenager americana non parla di una ragazzina con una doppia identità. Scordatevi Kim Possible, agente segreto part time, o Annah Montana, pop star in incognito. Amy non ha nessuna eccitante doppia vita. Ne ha una sola. E terribilmente noiosa.

Mentre l'Italia è il paese con il piu' alto numero di mamme over 40, negli Usa vanno di moda le ragazze madri. Così, sulla scia di Juno, ecco Amy, un'altra liceale incinta. Amy è la protagonista della serie della ABC e la vita segreta del titolo è quella nel suo utero.
Uno spunto comunque interessante per un teendrama: inedito e, chissà, forse anche un po' piccante. Così ho deciso di guardare i primi episodi, scegliendo di dimenticare l'handicap di base della serie: l'autrice è Brenda Hampton, mamma del fastidioso, bigottissimo, moralista Settimo cielo. Mi sono detta che bisogna liberarsi dei pregiudizi per per apprezzare tutto quello che di buono la TV (e la vita) ha da offrirci, che la signora Hampton è una professionista e saprà il fatto suo e che magari, dico magari, avrà anche avuto voglia di dare una svolta alla sua carriera e alla sua immagine cambiando registro.

Il mio slancio ottimista e pro-pari opportunità è stato duramente punito già al secondo episodio.

Questi teenager parlano, si dicono che si amano, si prendono per mano, si perdonano, poi lo raccontano agli amici.
Persino Happy days era più eccitante.
OC
poi in confronto era Quarto potere.

Ho passato la serata guradando un gruppetto di adolescenti fare quelle cose insignificanti che tutti gli adolescenti fanno nelle giornate più banali e meno memorabili della loro vita. Mi ha fatto sentire guardona e un po' pedofila.

Poi, il brusco risveglio: dopo i titoli di coda, che ho guardato solo perché ormai totalmente inebetita, è apparso a tutto schermo il logo gigante "BRENDAVISION". E mi sono ricordata del mio sano scetticismo iniziale. Dei miei saggi pregiudizi... Delle immortali parole di Homer Simpson: "Ci hai provato e hai miseramente fallito. La lezione è: non provare mai".

Risposte ai problemi della vita, # 16

"If you don't like your job you don't strike. You just go in every day and do it really half-assed. That's the American way"

Homer Simpson, The Simpsons

Scoop! La Fonte Segreta della Vita Segreta della Teenager Americana


Nel primo episodio di Vita segreta di una teenager americana, facciamo la conoscenza di Amy e di un gruppetto di studenti della Grant High le cui vite si intrecciano con quella della protagonista. Scopriamo i loro segreti, i sogni, i punti deboli...

Non deve essere stato difficile per l'autrice, Brenda Hampton, presentarci tanti personaggi in soli 20 minuti... perché, in un certo senso, li conoscevamo tutti: Amy, Grace, Jack & Co. sono l'incarnazione dei più triti stereotipi della fauna scolastica americana, già visti e rivisti in mille film e telefilm.


C'è la bella della scuola, naturalmente bionda, naturalmente fidanzata con il capitano della squadra di football, il classico bravo ragazzo americano, appena un po' tontolone. Il loro amore è totalmente puro e non è mai stato "consumato", perché lei vuole aspettare il matrimonio. Mentre lui è combattuto tra il ruolo di boyfriend sensibile e il richiamo degli ormoni.

C'è la ninfetta tentatrice, una che sembra aver sbagliato telefilm perché si comporta come una navigata mangiauomini in un thriller di serie B.

Poi c'è il teenager un po' sfigato ma che capisci subito che, quando daranno le giuste istruzioni a costumisti e parrucchieri, non sarà poi così male. Il teenager è ossessionato dal perdere la verginità. La prescelta è la brava ragazza che suona l'oboe nella banda della scuola. Ma la giovane musicista non è ingenua come sembra e, all'insaputa di tutti, ha già fatto sesso proprio al campeggio della banda.

Solo un episodio eppure mi sembra di conoscerli da sempre...
Un momento, io li conosco davvero: questi non sono solo stereotipi, sono esattamente i personaggi di American Pie!!!

Il dubbio amletico di una telespettatrice perseguitata da telefilm deprimenti

Amore o tumore? This is the question.

L'amletico dubbio era al centro dell'ultimo episodio di Grey's Anatomy, positivo e solare come sempre. La disgraziata di turno si chiedeva se il suo matrimonio lampo con un giovanotto, bello, ricco e simpatico fosse frutto dell'amore a prima vista o di un tumore al cervello che spingeva lui a decisioni impulsive.

Mentre la poveretta si dibatteva nell'angosciosa incertezza, e nuovi scenari di depressione si schiudevano all'orizzonte, un altro inquietante interrogativo si faceva strada e io mi chiedevo, in posa plastica e con un teschio in mano:

meglio essere o non essere spettatori di Grey's Anatomy?

L'ultima perversione del Dottor Troy


Ogni telespettatore di Nip/Tuck è abituato ad aspettarsi il peggio dal Dottor Troy.

Lo abbiamo già visto tradire le sue donne, il figlio, il migliore amico, fare sesso davanti a un vecchio moribondo, prostituirsi per diletto, gettare cadaveri nelle paludi. E non abbiamo battuto ciglio.

Ma questo è troppo. C'è un limite alla perversione, un confine che non andrebbe superato.
Nell'episodio di lunedì scorso Troy è diventato
repubblicano!


Giovedì gnocchi, martedì trippa, lunedì trash.


Dopo una lunga giornata nel mondo reale, non c'è niente di meglio che rilassarsi, sospendere l'incredulità, spegnere il il senso critico davanti a un bel telefilm trash. Soprattutto se è lunedì. Ecco perché non perdo mai l'appuntamento settimanale con Nip/Tuck.

Dopo il delizioso filone narrativo della scorsa stagione sulla simpatica gerontofila Michelle, il suo capo gangster faccia-di-Frankestein e il loro racket di reni espiantati al malcapitato di turno, era difficile trovare qualcosa di altrettanto disgustoso/esilarante, eppure...

Non ho seguito il telefilm dai suoi inizi, se non sporadicamente, quindi non ho intenzione di giudicare l'intera serie. Non so se ci sono state metamorfosi o derive rispetto alle prime stagioni. Se ha avuto momenti migliori o se è nato proprio così. Non mi importa. Mi limiterò, vostro onore, a esporre i fatti. Questo è ciò che ho visto negli ultimi 3 lunedì.

Kimber lascia Sean e inizia una relazione lesbica con un'attraente bionda. La figlia adolescente della bionda, provocante puttanella in divisa scolastica, popola i sogni di Sean da quando lui le ricostruisce l'imene.

Il dottor Troy, dopo tutta la fatica per affermarsi come chirurgo a Los Angeles, inizia, un po' per caso, poi ci prende gusto, a prostituirsi con ricche vecchiette. Poi, all'insaputa del suo socio e miglior amico che ancora la ama, va a letto con Kimber ma ne è subito scaricato: pare non abbia retto il confronto con la bionda sexy. Sedotto e abbandonato, è anche ricattato dalla puttanella che li ha filmati e minaccia di mostrare tutto a Sean. Lui la zittisce garantendole una fornitura vitalizia di ansiolitici e farmaci per dimagrire. Poi la fa passare per drogata e internare in un centro di disintossicazione.

Quel disgraziato di Matt, il figlio degenere, già sposato con la regina del porno e membro della chiesa di scientology, è ora tossicomane. Come lui, la moglie e , ben presto, la figlia neonata, costantemente avvolta com'è da una nuvola di crack.

Sean, family man, sta per sposarsi con un'attrice dipendente dai lassativi che, durante una romantica serata, abbiamo visto inondargli di diarrea la vasca a idromassagio. Lui scaccia questa immagine dai suoi ricordi concentrandosi ancora di più sulla puttanella (noi telespettatori invece non ci riusciremo mai). L'attrice, non sapendo si tratta di una studentessa reale, impersona la fantasia dell'amante vestendosi da scolaretta sexy. Lui le chiede quale sia la sua fantasia. Proprio quel giorno arriva a farsi operare un aitante nero con unghie di donna conficcate nella schiena e spiega di far parte di un club di scambisti in cui bei giovanotti neri scopano donne bianche sovrappeso di mezza età sotto gli occhi eccitati dei loro mariti cornuti. L'attrice incontinente, anche nota nel telefilm come "sparamerda", decide che quella è la sua fantasia. Vanno al club ma Sean, cornuto da sempre, non lo trova così eccitante.

Il momento più bello: Matt è sul set di un film porno gay dove, per 5000 dollari da spendere al più presto in droga e omogenizzati, si farà "sverginare" da un fusto grosso il doppio di lui; la moglie accorre per farlo desistere, lui le risponde "Volevo solo essere un buon padre di famiglia".
Sublime.
Cose così ti svoltano la serata.

Risposte ai problemi della vita, # 15

"Well, my theory on death is: first you're whisked down a long, dark tunnel towards a beautiful dark light, you suddenly get all the jokes you never got before, you let out a little chuckle and then you die"

Daphne Moon, Frasier

Occhio alla penna! Aaron Sorkin


Pubblicato su Telefilm Magazine n° 43, settembre 2008, rubrica "Occhio alla penna"

Prima di affermarsi come versatile autore di teatro, cinema e TV, Aaron Sorkin era un aspirante attore. Ma, come molti prima di lui, trovava lavoro più dietro il bancone che sul palco. Cameriere frustrato, inizia a scrivere casualmente, buttando giù appunti sui tovaglioli di carta del bar; poi passa la notte a riordinarli. Risultato, a 28 anni è un attore fallito ma ha 3 drammi di successo nel circuito off Broadway. Uno di questi approda al cinema con un cast all-star: è Codice d'onore.
L'ascesa hollywoodiana prosegue con Malice e Il presidente. Una storia d'amore. Per lavorare a quest'ultimo si rinchiude 2 anni in un hotel di LA. Ne esce con uno script esagerato, lungo 385 pagine, poi faticosamente ridimensionato alle canoniche 120.
Il materiale scartato non va sprecato: Aaron se ne serve per dar vita una serie TV centrata sulla Casa Bianca: West wing (1999-2006). E’ il suo 2° telefilm, dopo l'esordio sul piccolo schermo con Sports night (1998-2000) ispirato alle trasmissioni sportive che gli tenevano compagnia durante il suo ritiro nell'hotel.
West Wing è un trionfo: premiatissimo, già alla 1° stagione colleziona 9 Emmy. Così Sorkin, genio creativo istintivo, privo di metodo e disciplina, si trova a gestire 2 serie contemporaneamente. Lo stress lo trascina nella dipendenza da alcool e droghe. E’ arrestato in aeroporto con crack e funghi allucinogeni nella valigia. Anni dopo, uscito dal tunnel, esorcizza le pressioni dello show business con un serial sulla TV in diretta: Studio 60 (2007-08).

Tutti telefilm di Sorkin esplorano cosa avviene dietro le quinte di mondi esclusivi: l’industria dello spettacolo, le stanze del potere. Tutti hanno al centro una squadra affiatata di professionisti... molto loquaci: a Sorkin piace parlare, tanto, e questo si riflette nei suoi personaggi. “Qualcuno mi ha detto che scrivo come se fossi sempre al primo appuntamento con una ragazza.”
Conversazioni velocissime, battute ad effetto e monologhi memorabili sono il suo marchio di fabbrica. Per questo è stato chiamato a supervisionare i dialoghi di Schindler's list, Bullworth, Nemico pubblico. "Non ho storie da raccontare. Davvero. Ciò che amo è il suono e la musica del dialogo. Ecco cosa mi piace scrivere".
Il suo approccio creativo rispecchia l'irruenza e la spontaneità del parlato: poco a suo agio con plot strutturati, Sorkin non delinea l’arco narrativo delle sue serie ma segue l’ispirazione del momento. E questa non gli manca certo: per West Wing ha scritto 87 episodi in 4 anni. Più che prolifico… logorroico!